di Matteo De Zaiacomo
Sono ora a Tungri, appena sceso dalle montagne della Rangtik Valley. Guardo ancora le montagne dalla finestra della guest house e non riesco ancora a sentire le dita dei piedi per le tremende gelate che ho rimediato nelle scorse settimane. È un problema di principio di congelamento che conosco: già ai Baghirathi nel 2015, in Pakistan nel 2024, ero tornato con le dita dei piedi insensibili e so che per i prossimi mesi faticherò a infilare le scarpette e ad arrampicare come vorrei.
La valle è bellissima, un paradiso di roccia e ghiaccio ancora tutto da scoprire. Oltre la valle principale si apre un mondo di possibilità per gli alpinisti motivati ad affrontare un tipo di alpinismo tecnico tra i 5.000 e i 7.000 metri. Questa valle ha già ospitato tante cordate e tutti hanno avuto un’etica e un rispetto per l’ambiente che mi fa ben sperare per l’alpinismo del futuro. Per noi era come vivere un sogno a occhi aperti una volta arrivati al campo base, immersi in un contesto ancora incontaminato, come dice Davide: “Gasati come le faine in un pollaio”.
È sempre più raro trovare al mondo posti di facile accesso dove la frenesia da consumismo alpinistico non abbia già fatto egocentrici danni a suon di trapano e corde fisse.

Noi siamo arrivati qui un mese fa con l’ottimismo per le migliori e grandiose salite e tutto era iniziato nel verso giusto. Al primo giorno al campo base, Chiara e Davide avevano già ripetuto una via; al terzo giorno, siamo riusciti ad aprire una bellissima via sullo Shawa Kangri.

Lo Shawa Kangri voleva essere il test per la nostra cordata. La via che abbiamo salito sull’ancora inviolata parete nord-ovest si è rivelata una sfida davvero entusiasmante. Le condizioni di secco estremo che abbiamo trovato hanno reso già interessanti i primi tiri su ghiaccio a 70°. Poi, avvicinandoci alla parete, ci siamo accorti che era ben più verticale del previsto e le lunghezze di corda si sono rivelate impegnative e faticose, soprattutto per i secondi di cordata che arrampicavano con lo zaino già a oltre 5.500 metri.

Ci siamo alternati al comando e ognuno ha dato il meglio di sé, riuscendo sempre ad arrivare in sosta senza ricorrere all’arrampicata in artificiale, superando difficoltà fino all’VIII grado.

È stata una salita perfetta e il morale era altissimo per le nuove sfide che potevamo vivere in questa valle. Avevamo in quel momento la certezza di essere in grado di muoverci in quota in maniera efficace e veloce, contando sulla sinergia di una cordata pronta ad aiutarsi vicendevolmente.

Abbiamo chiamato questa via “LESS IS MORE” proprio per ricordare, a noi stessi per primi, che lo spazio e la roccia non sono infiniti e le prime salite non sono per tutti. A chi ha il privilegio di salire per primo spetta il dovere morale di farlo seguendo le regole della roccia e non le proprie, per il rispetto di chi arriverà dopo, affinché l’avventura non sia compromessa per sempre. Laddove si usa il trapano per salire, l’avventura smette di esistere in ambienti come questi. È come intrappolare per sempre lo spirito di una montagna e farlo soltanto per raccontare agli amici e alle riviste di essere un alpinista di successo non fa di te un alpinista, ma, anzi, un profanatore egocentrico e consumista che non lascia alcun seguito.
Forse parte di questo mio nervosismo e critica nei confronti di un tipo di alpinismo sportivo e consumistico che vedo dilagarsi e che non mi piace nasce dai dieci giorni costretto in tenda a causa di un allarme meteorologico che ha investito lo Zanskar, portando con sé precipitazioni mai viste nella regione. Sotto un metro di neve, abbiamo passato momenti di grande sconforto e di felicità mentre costruivamo un pupazzo di neve.

L’agenzia alla quale ci siamo affidati è stata la più costosa e al tempo stesso con il peggior servizio che potessimo immaginare, dalle piccole cose a quelle veramente imperdonabili. La nevicata ha spaventato i cuochi che ci hanno abbandonato per qualche giorno in montagna, lasciandoci senza notizie riguardo l’arrivo dei portatori. Stavamo finendo gasolio e cibo e iniziavamo a preoccuparci. L’agenzia ha cercato di fornirci tende per il campo base, ma delle cinque che hanno portato, tre avevano già le zip rotte e due non hanno retto al peso della neve. Davide si è trovato schiacciato durante la notte senza riuscire a respirare sotto il telo di nylon; io e Chiara abbiamo dovuto dormire per l’intero periodo nella nostra tenda portata da casa per eventuali campi alti.

Al ritorno dei cuochi con cibo e gas, alcune scatolette di cibo scaduto hanno dato qualche problema intestinale. Di contro, entrambi i cuochi si sono rivelati due grandiosi giocatori di scopa durante la seconda perturbazione nevosa che ci ha investiti.

In questi dieci giorni di maltempo abbiamo però tentato comunque di scalare la via sulla Torre Fanni. Essendo terribilmente ripida, la neve non aveva potuto sporcare troppo la parete. Raggiungerla sprofondando nella neve era un’agonia, ma la scalata si è rivelata entusiasmante! Volevamo risolvere in arrampicata libera alcune sezioni di A0 e A1 che erano segnate sulla relazione di Plank Stefan e Hannes Niederwolfsgruber e stavamo anche andando alla grande, finchè, complice il freddo, gli scarponi sempre bagnati nella neve, e le scarpette strette da prestazione, ho avuto questo doloroso problema ai piedi, troppo congelato per poter proseguire in questo progetto, purtroppo. Le temperature su questa parete ovest erano sempre intorno agli 0 gradi.



Oramai agli sgoccioli della spedizione, passata per lo più in tenda, sembra finalmente tornare il bel tempo e Chiara e Davide ne approfittano per aprire una nuova via vicino al campo base, corta ma difficile. Si alternano al comando e sono veloci. Io li seguo con la fotocamera e con i miei piedi congelati. Chiamano la breve via “CUOCHI IN FUGA” in ricordo della rocambolesca discesa in paese dei nostri cuochi e dei giorni di totale anarchia nella tenda cucina, abbiamo cucinato come cucinerebbe un adolescente da solo in casa finendo per prima cosa i dolci e la nutella. Per fortuna alla fine son tornati!


Mancano solo due giorni prima che i portatori arrivino al campo base e non abbiamo modo di comunicare all’agenzia il nostro desiderio di poter rimanere qualche giorno in più.


Tentiamo il tutto per tutto, mirando a una cima mai salita prima, parte del gruppo del Remalaye, la montagna più alta della valle con i suoi circa 6.300 metri. La parete che abbiamo individuato sembra di ottima roccia, spoglia di neve e pieno versante sud est. Partiamo con tutto il necessario per salirla e ci avviamo, sfondando nella neve fino al ginocchio per i 900 metri di dislivello che ci separano dalla base della parete. Arriviamo a piazzare la nostra tenda su una ripida sella. Abbiamo paura che la cornice di neve possa cedere durante la notte e dormiamo quindi imbragati. La mattina dopo partiamo e raggiungiamo la parete. Le gambe stanche dal giorno prima si muovono al rallentatore. Incominciamo a scalare questa bellissima piramide di granito. Ancora una volta, le apparenze ci avevano ingannato. La parete è terribilmente ripida, una scalata atletica, il che non sarebbe neanche un problema, acclimatati come siamo, ma la roccia è di pessima qualità. Lame pericolanti grandi come televisori e scaglie grandi come pentole non mi permettono di arrampicare in sicurezza: se per sbaglio ne tocco una, va a finire dritta in testa ai miei due compagni in sosta. Sono costretto a procedere lungo questo tiro con un delicato artificiale. Persino la fessura dove mettevo i friend si sfogliava.

Purtroppo, a 100 metri dalla cima ci siamo dovuti arrendere all’evidenza. La roccia ci costringeva a un’arrampicata troppo lenta per poter sperare di finire la via e rientrare al campo lo stesso giorno. E purtroppo non avevamo un giorno in più per poter scendere al campo base il giorno dopo.
Con un po’ di rammarico per questa salita mancata abbiamo affrontato tutto il trekking verso valle ma nel complesso sappiamo, ognuno nel nostro cuore, d’aver fatto tutto il possibile durante l’intera permanenza a campo base. Nonostante il mal tempo abbiamo scalato al massimo delle nostre possibilità e non nascondo che mi piacerebbe tornare a visitare questa regione tanto misteriosa. Il labirinto di valli che potevamo ammirare superati i 6000 metri era un balcone affacciato sulla shangri-la dell’alpinismo. Un posto ideale dove un alpinista può trovare la sua pace e la sua felicità per sempre.





