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Yosemite 2015

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L’idea alla base di questo viaggio era decisamente semplice: scalare il più possibile. Ed anche per una volta gli obiettivi erano piuttosto modesti: niente grandi progetti, qualsiasi cosa ci andava bene a patto di arrampicare tanto, veloce e su delle belle pareti. Insomma un semplice viaggio di arrampicata con un buon amico in uno dei posti più belli del mondo: Yosemite.

L’ultimo e unico mio viaggio in questa valle magica era stato nel 2012, in  compagnia di David. Mi ero ripromesso di tornarci prima, ed invece sono già passati 3 anni. Tre anni in cui mi sono passate davanti agli occhi un bel po’ di grandi pareti: la Egger, l’Uli Biaho, lo Shark Tooth, la Est del Fitz, i Bhagirathi. Senza dubbio alcune tra le pareti più belle ed imponenti del mondo, ma ancora trovarsi davanti i 1000 metri del Capitan fa sempre un certo effetto.

E’ pur sempre una delle più belle ed imponenti pareti del mondo, e forse proprio il fatto che sia a due passi dalla strada e che quando arrivi a Yosemite te lo trovi davanti così, quasi senza un preavvisto, ne amplifica il senso di magnitudine e ti fa sentire piccolo davanti a questo mare di roccia. Altre pareti ti abituano alla loro vista: la Est del Fitz già la vedi da El Chalten e solo quando ti avvicini capisci quanto è grande, i Bhagirathi li vedi già dal ghiacciaio del Gangotri, ma il Capitan no. Esci dalla macchina e te lo trovi lì, liscio e compatto che tende verso l’alto e aspetta di essere scalato.

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foto by S. Schupbach

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tempo a disposizione per questo viaggio, 3 settimane, non era molto (per lo meno per i miei standard), quindi non ne abbiamo perso troppo ed appena arrivati nella valle di Yosemite, ci siamo buttati sul mitico Nose con l’idea di salirlo in giornata più veloce che potevamo.
Anche se avevo già salito questa via nel 2012 con David, i miei ricordi della salita erano pressochè nulli, eccezzion fatta per dei vaghi flash più fuorvianti che altro.

Dopo una partenza di buon ritmo, in circa 5 ore siamo sotto il Great Roof, ovvero a circa 2/3 della via. Fino a lì procediamo bene, alternando alcuni tratti in conserva (dove quindi scaliamo entrambi contemporaneamente) ad altri dove il primo scala e il secondo risale a Jumar più veloce che può.

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Dopo il Great Roof però, purtroppo però quello che ci troviamo davanti cambia, e il nostro ritmo pure. Quasi tutta la parte alta è completamente bagnata per via della neve depositata qualche giorno prima che si sta sciogliendo e così la nostra progressione diventa in pura arrampicata artificiale e rallenta bruscamente. Inizia quella che io chiamo “la sagra del raglio”.
Superato il Great Roof e raggiunte le cengia di “Camp 5”, trovo una staffa nuova, abbandonata da qualcuno e depositata su una cengia. Lo interpreto come un segno premonitore dal cielo. Mai mi capitò di trovare una cosa più adatta al momento più opportuno, infatti da lì in avanti tra bagnato, stanchezza e buio, nè io ne Silvan riusciremo più a fare un metro in libera e la staffa si rivelerà “provvidenziale”.
Arriviamo in cima 10 ore e 40 minuti dopo essere partiti. Non certo uno speed record e sappiamo che c’è molto da migliorare, ma comunque soddisfatti per la bella e lunga giornata.

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Dopo aver analizzato un po’ la tattica di salita e i nostri errori, e dopo un paio di giorni di “cazzeggio” su altre pareti della valle una nevicata ci costringe ad ulteriori giorni di attesa prima di rimettere le mani sul Capitan.
Passato il brutto tempo, ci dirigiamo verso “lurking fear”, ma fessure bagnate e cadute di ghiaccio dall’alto stile “Patagonia” ci fanno desistere dopo pochi tiri.
Due giorni dopo siamo di nuovo all’attacco del Capitan per la via “Muir wall”. L’idea è quella di passare un paio di giorni in parete, provando un po’ a scalare i tiri difficili di questa via e la sua variante in libera “The Shaft”, liberata dal mitico Tommy nel 2001.
Mettiamo le mani sul “Silverfish corner”, spettacolare diedro di 40 metri di 5.13, probabilmente il tiro più bello provato in questa vacanza. Il secondo giorno, dopo aver provato un po’ di altri bei tiri in diedri e fessure un’altro tiro bagnato ci sbarra la strada e scendiamo. Va bene così, siamo soddisfatti lo stesso, quello che ci interessava era mettere le mani su questa via e scalare qualche bel tiro sul Capitan.

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Un giorno di riposo e partiamo per la Salathè, probabilmente, a mio avviso, la via da un punto di vista storico, maggiormente ricca di significato del Capitan.
Mi sveglio con un mal di gola che non mi permette nemmeno di parlare. Ma per mia fortuna per scalare la Salathè le chiacchiere servono a poco e basta saper arrampicare. E a scalare le sensazioni per fortuna sono buone.

La tattica di progressione che abbiamo scelto per la Salathè è la seguente. Il primo parte e arriva fino in sosta. Quindi recupera tutta la corda avanzata (generalmente circa 20 metri, considerando un tiro normale di 40 metri e la nostra corda di 60) e la fissa in sosta a un moschettone a ghiera con un’asola. Quindi il primo riparte a scalare e il secondo risale a jumar sulla corda fissata. Grazie a questa tecnica, quando il secondo arriva in sosta, dopo aver pulito il tiro, il primo si trova già praticamente a metà del tiro successivo.

Gestendo in modo parsimonioso la mia doppia serie di friends, i nuts e i 15 rinvii, in circa 1 ora riesco a mettere insieme nello stile descritto prima i 13 tiri del “free blast”, arrivando alla fine proprio senza più nulla appeso all’imbrago.
Poco prima delle Hearth ledges Silvan mi da il cambio e procede con lo stesso stile fino alla Monster Offwidth. Quindi passo nuovamente al comando io fino al tiro dopo il boulder. Poi tocca nuovamente a Silvan che tira fino all’inizio della Headwall. E di conseguenza a me spetta partire per questo tiro fantastico, forse il tiro di roccia esteticamente più bello al mondo, senza dubbio uno dei più esposti.

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Purtroppo salgo il tiro completamente in artificiale, lo stile che abbiamo scelto ci impone di non perdere tempo a provare i passaggi, e un po’ mi piange il cuore all’idea di non aver nemmeno provato a scalare un tiro così bello. Ma spero proprio un giorno di tornarci per provare a salire questa fantastica lunghezza in uno stile migliore!
Anche in artificiale i 60 metri della Headwall si rivelano comunque per me non facili, non sono nè bravo, nè mi piace lo stile e non ho nemmeno un granchè di attrezzatura, per le fessure sottili, se non un paio di c3 verdi e una serie di micronut. Ci metterò circa un ora e mezza per salire questi interminabili 60 metri!!

Da lì ancora 4 tiri e con le ultime luci del giorno arriviamo in cima al Capitan…10 ore e 45 minuti, praticamente come per il Nose. Ma non male questa volta considerando che la Salathè è un po’ più lunga e più difficile del Nose e che “quelli veloci” ci mettono quasi il doppio del tempo a salire la Salathè rispetto al Nose.

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Scendendo dal Capitan, ci sentiamo pronti e fantastichiamo di provare a salire Salathè e Nose in meno di 24 ore. Questa sì che sarebbe una bella prova di velocità e resistenza. Purtroppo però non abbiamo fatto i conti con la meteo: due giorni dopo la nostra salita della Salathè, l’inverno arriva a Yosemite, portando un’altra forte nevicate e un altro abbassamento delle temperature. Per quanto ci riguarda stagione finita!

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foto by S. Schupbach

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Peccato, ma poco male, ci dirigiamo verso Las Vegas per scalare a Red Rocks, qui c’è di tutto dalle vie sportive, all’arrampicata trad, alle vie di più tiri. Passiamo gli ultimi nostri giorni di questa vacanza a scalare e divertirci sulla particolare arenaria del deserto.

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Foto by S. Schupbach
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foto by S. Schupbach

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