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La Via dei Ragni al Torre: una scalata da sogno!

Non è facile parlare di questa nostra ultima salita, quando dopo 10 giorni di isolamento dal resto del mondo, torni alla civiltà e ricevi una notizia che pesa come un macigno, come quella di Daniele e Tom…

Daniele per me era un amico e lo era anche per molti del nostro gruppo, che in questo momento condividono con me l’angoscia ed il dolore per quello che è successo.

Altri di noi d’altronde erano molto legati a Tom Ballard, ed immagino siano distrutti quanto me da questa notizia. Tutti noi preghiamo per loro e ci stringiamo nel dolore attorno ai loro cari.

Personalmente per quanto riguarda Daniele vorrei ricordarlo con le parole che mi sono uscite alcuni giorni fa in una breve intervista per il sito Montagna.tv (clicca qui per leggere l’articolo)…

Il film dedicato a Casimiro Ferrari

Cerro Torre 1974 (194)
Il “Miro” verso la vetta del Torre, nel 1974

In ogni caso è doveroso chiudere il racconto della nostra spedizione che fortunatamente ha avuto un esito un po’ inaspettato ma senza dubbio positivo.

L’obiettivo di questa seconda parte di viaggio era quello di scalare la mitica “Via dei Ragni” al Cerro Torre, per un film al quale sto lavorando da due anni insieme al regista svizzero Fulvio Mariani e che avrà come tema il personaggio di Casimiro Ferrari e le sue salite.

La Via dei Ragni al Torre, aperta nel 1974 da un folto team di Ragni, ha reso famoso il nostro gruppo in tutto il mondo e ad oggi è ambita e corteggiata da tutti i migliori alpinisti.

Matteo Bernasconi, nel 2009, aveva effettuato insieme a Fabio Salini la prima ripetizione italiana e mi aveva parlato a lungo di questa salita come una via bellissima di ghiaccio in un ambiente surreale e mozzafiato.

Il nostro piano originario per questa salita era quello di formare due cordate distinte: la prima composta da Matteo Pasquetto e dal cameraman Jonathan Griffith, la seconda composta dal sottoscritto e dall’amico e alpinista sardo Nicola Lanzetta, figlio di Mimmo Lanzetta, uno dei Ragni che avevano preso parte alla mitica spedizione del 1974, pur senza raggiungere la cima del Cerro Torre.

029 Foto Gruppo Torre 74
Il team della spedizione al Torre nel 1974

Eventi sfortunati…

Purtroppo dal momento della nostra partenza a El Chalten una serie di eventi sfortunati hanno condizionato in modo significativo la salita.

Dapprima il brutto tempo che ci ha colti durante l’attraversamento del Col Standhardt, quando una vera e propria bufera Patagonica, con vento e neve senza sconti, si è scatenata su di noi.

Il vento era talmente forte che abbiamo dovuto rifugiarci in un crepaccio per trovare un riparo dove passare la notte, tutti bagnati e infreddoliti.

 

Il giorno successivo il tempo e le condizioni non erano certo propizie per la scalata e così abbiamo camminato 7 ore fino al rifugio “Gorra Blanca” dove avremmo potuto trovare un riparo e recuperare le energie.

Arrivati al rifugio le cose sembrava si fossero sistemate fino a quando da un momento all’altro il nostro fornelletto ha deciso di smettere di funzionare!

Inutile sottolineare che per salire il Cerro Torre il fornello è un elemento tanto importante quanto l’imbrago o i ramponi, ovvero imprescindibile, perché senza di esso non puoi sciogliere la neve e quindi bere. Così, senza quest’ultimo il nostro cameraman Jonathan Griffith ha preso la decisione di ritornare al paese di El Chalten.

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Matteo Della Bordella e Nicola Lanzetta… si ri-poarte verso il Cerro Torre! (Ph Mauro Pau)

Qualche ora più tardi, quando già tutti avevamo perso le speranze, in modo del tutto casuale, un amico argentino, Martin Lopez Abad, arriva al nostro stesso rifugio e si offre di lasciarci il suo fornelletto per la salita. I miei occhi incrociano quelli di Nicola e ci intendiamo al volo: si ri-parte verso il Cerro Torre!

Purtroppo essendo saltata ormai la cordata con Jonathan Griffith, e non essendo del tutto convito del nostro piano un po’ azzardato e delle condizioni della via, Matteo Pasquetto decide di ritornare a El Chalten.

Il crepaccio dell’Elmo, 45 anni dopo!

cerro torre

Dopo tanti eventi sfortunati finalmente le cose sembrano andare per il verso giusto… arriviamo sotto il Filo Rosso alle 2 di notte e dopo esserci concessi qualche ora di sonno, prepariamo il materiale per la salita.

È il 26 febbraio e le condizioni della via sono buone e ci permettono di procedere veloci scalando per lo più in conserva.

Tuttavia il tempo non si è ancora sistemato e pur essendo ancora ad un altezza relativamente bassa, tira un vento forte che non ci dà tregua e ci permette a malapena di salire verso l’alto.

La preparazione del materiale prima di affrontare la Ovest del Torre
La preparazione del materiale prima di affrontare la Ovest del Torre

Non abbiamo nemmeno con noi la tenda e siamo entrambi preoccupati all’idea di dover bivaccare con quel vento, che ovviamente abbassa la temperatura percepita di parecchi gradi.

A un certo punto Nicola si ricorda che Mario Conti (anch’egli presente al El Chalten) gli aveva raccontato di un crepaccio proprio sotto l’Elmo che durante la spedizione del ’74 gli aveva fornito un perfetto riparo. Con tutto il mio stupore, a 45 anni di distanza, ritroviamo lo stesso crepaccio e ci infiliamo al suo interno, scappando così dai turbini di vento che ormai ci sbattevano come in un frullatore.

Nel crepaccio dell'Elmo
Nel crepaccio dell’Elmo

Una via elegante, impegnativa e “psicologica”

L’indomani ripartiamo verso l’alto con le prime luci dell’alba. Il vento non ci molla, ma forse è un po’ meno violento del giorno prima. Ripercorriamo le varie fasi della salita dei ragni del ’74 delle quali avevo tanto sentito parlare da Mario Conti ed altri amici: prima il tiro dell’Elmo, poi Nicola conduce i tiri di misto fino alla base della famigerata Headwall: un muro di ghiaccio verticale di 50 metri.

 

Ad ogni tiro ci stupiamo di quanta arditezza e coraggio avessero avuto Casimiro Ferrari, Mario e gli altri ragni del ’74 a salire da quella linea con le attrezzature di allora e con condizioni ben più difficili. Per noi la scalata anche al giorno d’oggi resta tanto bella ed elegante, quanto impegnativa e talvolta psicologica.

I tiri di misto sotto la headwall

Ogni tiro pensiamo possa essere il nostro ultimo perché se il vento si alzasse ancora un po’ arriverebbe a spostarci ed a rendere impossibile la nostra salita verso l’alto.

Piccozze con le ali

Alle 14 siamo a due tiri dalla fine: Nicola monta le alette di metallo sulle picozze e conduce lo psicologico ed improteggibile penultimo tiro della via, dove la tenuta della picozza non è data dal conficcarsi dalla becca nel ghiaccio, bensì dal fatto che queste “alette” di metallo facciano presa sulla neve circostante…

Arriviamo sotto il fungo finale e ho giusto il tempo di alzare lo sguardo prima di ripartire senza esitazioni.

Qualcuno la considera la via di ghiaccio più bella del mondo... come dargli torto?
Qualcuno la considera la via di ghiaccio più bella del mondo… come dargli torto?

Sento la vetta vicina, ma anche i muscoli del corpo stanchi: la mia picozza fa una buona presa sulla neve dura e compatta, tuttavia il tiro è perfettamente verticale e per 40 metri e non riesco a piazzare nessuna protezione. La cosa mi preoccupa un po’ e cerco di testare bene la tenuta della picozza ad ogni colpo e riposare bene le braccia prima bel bloccaggio successivo.

Con la dovuta calma, in 40 minuti sono in cima, dove mi ritrovo immerso nelle nuvole e nel nevischio.

fungo sommitale cerro torre

Un enorme sentimento di soddisfazione e felicità invade tutto il mio corpo, ripenso a quando fino a 2-3 anni fa odiavo scalare su ghiaccio e neve e vedo l’aver salito questa via in buono stile, come il termine di un percorso personale di crescita e di sfida in un genere di scalata che avevo sempre ritenuto non fosse il mio.

Quasi in vetta...
Quasi in vetta…

Arriva anche il mio amico Nicola, camminiamo fino alla cima del Cerro Torre e ci abbracciamo forte. Penso anche a quanto possa essere felice e soddisfatto lui, dal momento che salire questa via era il suo grande sogno fin da quando era bambino e suo papà gli raccontava di questa montagna.

E’ stata un’esperienza indimenticabile e sono orgoglioso di averla condivisa con un grande amico ed alpinista come Nicola, penso che il fatto di aver avuto entrambi delle motivazioni molto forti sia stata proprio la chiave del successo anche in mezzo a molte difficoltà che ci siamo trovati davanti.

 

Matteo e Nicola in compagnia di Mario Conti, grande protagonista della salita al Torre del 1974. Nicola indossa il maglione originale, utilizzato da suo padre nel corso della spedizione.
Matteo e Nicola in compagnia di Mario Conti, grande protagonista della salita al Torre del 1974. Nicola indossa il maglione originale, utilizzato da suo padre nel corso della spedizione.

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