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Un anno (quasi) chiuso in casa

Mentre il 2020 era stato un anno nero, le quattro stagioni appena passate invece sono state piacevolmente movimentate. Questo è un piccolo resoconto per immagini del 2021 sulle montagne con le salite e discese per me più significative quasi sempre con la piccola comunità che si è auto-isolata in Valmasino per buona parte degli ultimi due anni. Vista l’impossibilità di muoversi, per la prima volta dopo almeno dieci anni ho potuto scalare per un anno intero senza interruzioni causa viaggi/infortuni, ho recuperato alcune sensazioni sulla roccia che non trovavo da troppo tempo.

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Come ogni stagione che si rispetti si inizia chiusi nel pannello di Simone: Il Muro. Grazie a queste prese è stata scritta parte della storia dell’arrampicata italiana e qui dentro ho sempre tentato di ricavare un po’ di quella energia.

Si fanno solo circuiti: o lunghi o lunghissimi. Le prese sono in buona parte vecchio stile ma mai brutte, gli appoggi sono minuscoli, unti e resi invisibili dall’aria satura di magnesite. Si accendono lunghissime discussioni su quali siano gli appoggi regolari e quali no, nonostante Simone abbia ragione dato che li ha montati lui si cerca di confutare sempre.

Negli anni però ho elaborato una serie di modi per barare senza farmi notare, comunque funziona, per tutto il resto dell’anno vivo di rendita scalando solo su roccia.

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Luca Maspes aka Rampikino mi mostra la falesia di ghiaccio/misto/dry in Valbrutta e viste le buone condizioni aggiungiamo qualche tiro nuovo come Alaska: dedicata al cane di Kurt che qui fu ramponato ad un zampa da un climber incauto.
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Con Luca saliamo anche diverse vie di misto che solo raramente si formano, alcune molto belle altre delle vere e proprie ravanate come in questo caso in cui ho dovuto togliere gli scarponi e salire a piedi nudi la placca finale di questa cuspide in alta val Masino.
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Con Dimitri finalmente in cima alla Parete Rossa

Poi succedono una serie di miracoli. Per tre mesi non ho toccato roccia se non qualche blitz sulla parete Rossa, con Dimitri finiamo la via che sarebbe poi diventata Restiamo Umani. Ne veniamo a capo in quattro o cinque giornate, ne passiamo un paio di altre a ripulirla dai blocchi instabili e poi finalmente la ripetiamo tutta per intero, alcuni tiri aperti da Dimitri non li avevo mai ancora provati e dopo un anno non vedevo l’ora di metterci le mani. Il risultato è stato sconcertante: complice la disidratazione, mi trascino in cima con i crampi agli avambracci mentre fra me penso: “Non ce la farò mai”.

Pochi giorni dopo invece torno con Marzo Zanchetta solo per provare alcuni tiri, mentre mi scaldo sul primo tiro mi ritrovo in sosta quasi senza volerlo, va tutto bene anche sul secondo e sul terzo tiro così provo a salire tutta la via senza cadere. Riposiamo un attimo sotto al quinto, il tiro chiave, poi riparto e con ancora una buona riserva di forza e la mente libera scalo leggero tutti i restanti tiri su difficoltà decrescenti. La giornata è stata praticamente perfetta e Marco, che ha salito quasi tutta la via in libera, è stato il migliore socio che potevo chiedere.

Un paio di giorni dopo non sapendo bene come muoverci andiamo allo Scoglio delle Metamorfosi in val di Mello per vedere se è asciutta una via che ho provato molte volte ma senza mai trovare il giusto momento per la libera completa: Io non ho paura. Stessa scena: saliamo solo per fare un giro ma entrano tutti i tiri in libera.

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Marco sul primo tiro, senza appigli come il resto della via.

A febbraio grazie alle ottime condizioni in montagna mi chiama Teo e salta fuori un’idea che ci aveva dato Popi Miotti e aveva in mente anche Berna, un pilastro di roccia sulla parete su delle Grandes Jorasses. La via ovviamente sarà dedicata a lui, il regalo di Berna, ne usciamo in giornata con difficoltà sorprendentemente più basse del previsto.

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Teo sul tiro più bello, un muro lavorato a buone prese.

Dopo averlo curato per tutto l’inverno a marzo si forma il Canalino: a dispetto del nome è forse la via di misto più lunga della valle, si trova su una anticima del Cavalcorto in val del Ferro. Seicento metri di ghiaccio (poco), neve e camini verglassati.

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Una giornata strisciando nei camini, con Jerry (Domenico Mottarella) partiamo all’alba e torniamo al tramonto.

Intanto inizia la primavera, io e Nic Bartoli torniamo su un tiro appena trovato al Alkekengi: Madre de Dios, decisamente la placca di aderenza più difficile che ho mai salito. Diversi passaggi sono molto aleatori, bisogna letteralmente correre verso l’alto per non cadere.

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Ispirato dalla salita di Nic pochi attimi prima di me arrivo anche io in sosta senza errori.

Ad aprile con Marco e Pietro dedichiamo diverse giornate a salire Socialmente Inutile, mitica via in artificiale poi liberata da Simone diciotto anni prima, tracciamo una variante che la raddrizza ed evita il secondo tiro sempre bagnato, passiamo del gran tempo a picchiare pecker, copperhead e solo un paio di mezze giornate a provare i movimenti. Non trovo la giornata giusta fino a maggio, se qualcosa va storto sul primo tiro infatti si rischia di cadere a terra ed è anche abbastanza precario.

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Va tutto liscio a parte che dopo una lunga battaglia con il bagnato cado su un piccolo pecker mentre sono in sosta al secondo tiro, riesco sul terzo solo dopo ripetuti voli e con le ultimissime energie.

Scalo quasi esclusivamente su vie lunghe ed esco dalla valle quando si può, poi di nuovo arriva una settimana di grazia. Prima con Luca Gianola in quello che era un giro di prova (lo avevo tentato diverse volte anche l’anno prima) salgo e scendo con il parapendio le tre cime più alte del Masino in un giorno: Disgrazia, Cima di Castello e Cengalo.

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Subito dopo riesco a salire finalmente la fessura in val Romilla togliendomi un peso enorme di dosso. Ci ero stato una sola volta a vederla quest’anno a inizio stagione, sembrava ok ma non la avevo più provata, ho cercato di mantenermi il più possibile distaccato per evitare la guerra di nervi dell’anno prima: sapevo che ero in grado di farla ma non la avevo mai trovata asciutta.

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Tundra, la fessura in val Romilla. Foto Camilla Cerretti

Quest’anno ho avuto anche il grande onore di diventare il Presidente dei Ragni della Grignetta. Credo che la fiducia nelle nuove generazioni sia uno dei più grandi punti di forza di questo Gruppo.

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