di Luca Schiera
Un noto filosofo contemporaneo una volta disse: “Tutti hanno un piano, finché non prendono un pugno in faccia”.
Il pugno é arrivato il giorno 5 gennaio, fra deboli ma crescenti raffiche di vento, mentre fissavo un muro liscio sopra di noi cercando di capire dove erano passati Ermanno e soci. In quel momento avevo realizzato che non saremmo andati avanti, più che un pensiero razionale era stata la paura a farmelo capire.
Fino a poche ore prima quello era uno dei punti dove i pezzi di ghiaccio che si staccavano tre o quattrocento metri più in alto rimbalzavano frantumandosi sul granito per continuare la loro corsa verso il basso.
Non era quella leggera ansia che senti quando rischi di cadere con un movimento sbagliato oppure quando passi sopra un fragile ponte di neve guardando in fondo al crepaccio. Era la sensazione che senti quando hai perso il controllo della situazione, un attimo prima di un evento repentino. Fortunatamente tutto stava accadendo molto lentamente quindi c’era ancora tempo per ragionare.
Eravamo in parete dal giorno precedente, in mezzo a quella che sicuramente sarebbe stata l’unica vera finestra di bel tempo a noi concessa dalla stagione pur avendo perso due giorni a terra guardando la parete scrollarsi di dosso tutto il ghiaccio accumulato nel mese di dicembre.
La sera precedente avevamo passato sei ore di fila su una stretta cengia. Inizialmente seduti, poi in piedi e poi appesi cercando di farci il più piccoli possibile contro alla parete in modo da ripararci da una pioggia crescente prima di acqua poi di pezzi di ghiaccio.


Tutti abbiamo una tolleranza al rischio, più o meno alta. Per me, nei casi limite, il confine arriva a rischiare alla peggio un piccolo infortunio se le cose si mettono male, mai di più. Soprattutto devo sempre avere chiaro in ogni momento cosa sto facendo e cosa mi sta accadendo intorno in modo da valutare costantemente la situazione.
Eravamo sicuri sarebbe arrivato qualche imprevisto e a dovere continuamente valutare i pericoli, durante il giorno sulla Egger c’è una pioggia costante di piccole palline di ghiaccio, a cui però ci si abitua in fretta. Ma queste scariche molto più grosse erano per me una cosa nuova e indecifrabile, la paura nasceva da lì. Non avevamo idea di cosa stesse succedendo qualche centinaio di metri sopra alle nostre teste e non ero disposto a prendere un rischio che non conosco e non comprendo.
Dopo un mese di fila di brutto tempo che aveva imbiancato la parete era arrivato subito un caldo anomalo, con zero termico sopra i 4.000 metri, cosa che probabilmente succederà sempre più spesso negli anni a venire.
Così abbiamo passato due giorni di tempo perfetto a guardare la parete pulirsi lentamente e, quando sembrava essersi sistemata siamo saliti. Si era creato lo scenario peggiore possibile e cioè che il fungo, molto strapiombante in quel punto sopra di noi, si stava lentamente ma costantemente smontando a piccoli pezzi. Da quella prospettiva non lo vedevamo, ma una volta scesi ci siamo resi conto che una grossa parte rivolta verso sud ovest era scomparsa e si poteva vedere la roccia sottostante.

Quando sei sotto ad una montagna per diversi giorni hai solo il pensiero della salita in testa, in quei momenti sembra che sia la cosa più importante del mondo e se le cose non vanno come speri si accumulano i sentimenti negativi. È difficile prendere decisioni in maniera lucida valutando rischi e possibilità di successo. Passato un po’ di tempo le cose si vedono da un’altra prospettiva, con i se e con i ma non si arriva da nessuna parte ma essere rientrati in salute facendo anche scelte difficili insieme è stata la cosa più importante. Abbiamo imparato alcune cose e ci siamo arricchiti di nuova esperienza per questa parete già di per sé molto complicata.
Dimenticavo: il filosofo si chiama Mike Tyson.



