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Quei pazzi preparatissimi del corso Ragni…

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Ogni anno alla fine  del Corso Roccia dei Ragni, invitiamo i nostri allievi a inviarci qualche commento o ricordo della loro esperienza.

Così abbiamo fatto anche per la 64esima edizione del corso, che si è concluso poche settimane fa.

Quello che ci ha regalato Alessandra Selmi è un racconto di quelli che cominci a leggere  e arrivi alla fine tutto d’un fiato, un po’ dispiaciuto, perché avresti voluto che continuasse almeno per un’altra decina di pagine. C’è il tocco dell’ironia, l’unico che riesce a schiudere le cose profonde… buona lettura!

“Io e Stefano siamo sulla A7, direzione Milano. Piove, sulla carrozzeria la pioggia fa rumore, le nuvole sono basse, l’asfalto è scivoloso, i tergicristalli non funzionano bene. Stefano guida tenendo una gamba piegata, un piede sotto al sedere, intanto manda messaggi con Whatsapp. Penso che alla prima curva moriremo, anzi no: non sono morta neanche ieri su “vecchie beline”, nonostante sia stata molto vicina a Dio, perché l’ho chiamato così tante volte che non può non avermi sentito. Tutta la Liguria mi ha sentita mentre lo invocavo a gran voce.

È l’ultimo giorno del corso AR1 e sto tornando a casa. Ho così tanti lividi addosso che sembro Peggy della “Carica dei 101”: un dalmata. Ho un livido, in particolare, con su scritto “Welcome to Finale Ligure”. Le mani sono tagliuzzate, penso alle mie amiche che hanno sempre la manicure a posto e mi sento una cacca. Ho un graffio sul gomito tipo reduce dalla gabbia del leone e dolori a muscoli che neanche sapevo di avere: i muscoli del collo, per esempio. Io pensavo che il collo fosse fatto solo di ossa, vene e un tubo per l’aria, il tutto coperto da pelle, e invece pare ci siano anche dei muscoli, che fanno male quando li usi.

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Alessandra alla consegna del diploma del Corso Roccia AR1

È solo una delle cose che ho imparato al corso, neanche la più importante. Certo, ci sono le cose tecniche. Ho imparato a fare il nodo delle guide e il barcaiolo e il mezzo barcaiolo, anche se non consiglierei a nessuno dei miei amici di farsi fare sicura da me. Ho imparato a calarmi in corda doppia e finalmente so cos’è un diedro, un friend, un nut, una sosta e un paranco. Ho imparato che, se calpesti la corda, l’istruttore s’incazza. Ho imparato a fare la bambola, quella di corda intendo, l’altra la sapevo già fare. Ho imparato che “azzerare” significa aggrapparsi a un rinvio, e che ho azzerato un sacco di volte. Ho imparato tutto un gergo che mi fa sentire proprio ganza. Ho imparato che i fiori della ruta a contatto con la pelle provocano delle bolle tipo peste manzoniana e che continuo a preferire questa pianta affogata nella grappa.

Ho imparato che, per arrampicare una parete, prima delle braccia e delle gambe, serve il cervello. Perché è il cervello che stabilisce quale via seguire e soprattutto ti impedisce di dare di matto quando hai 50 metri di vuoto sotto i piedi e non sai cosa fare. Ho imparato la concentrazione, la calma e l’autocontrollo. Sono certa che il mio istruttore che ieri mi ha sentita imprecare come una camionista indemoniata non sarà del tutto d’accordo, ma avrebbe dovuto conoscermi prima.

Ho imparato che il suono più bello del mondo è quando il tuo compagno ti dice: «Dai, che ci sei quasi!» e ho imparato che in quel momento gli vuoi bene come a un fratello. Ho imparato che, quando il tuo compagno ce la fa, sei contenta come se ce l’avessi fatta tu.

Ho imparato che, mentre arrampichi sei solo tu, le tue gambe, le tue braccia e il tuo cervello, ma non sei mai davvero solo: dall’altra parte della corda c’è una persona con cui dividi tutto. Ho imparato che in montagna si condivide il materiale, l’acqua, il cibo, la fatica, la paura e la soddisfazione, e che il risultato di questa divisione è una moltiplicazione: di amicizia, di gioia.

Ho imparato che una via, quando la si guarda da lontano, è più facile di quando ci si è sopra. Ho imparato che, quando pensi che proprio stavolta non ce la farai, se guardi bene c’è un appiglio che non avevi considerato e che risolve tutto. Ho imparato che, per quanto una presa è lontana, se vuoi davvero arrivarci ci arrivi. Ho imparato che, quando arrivi in cima, sei solo a metà strada. Ho imparato che la montagna crea dipendenza più dell’eroina. Ho imparato a fare una cosa per volta: che per un maschio è normale, ma per le femminucce abituate al multitasking è una grande conquista.

Ho imparato tantissime cose sull’arrampicata, che non hanno niente a che vedere con l’arrampicata. Per questo è probabile che presto dimentichi com’è fatto un nodo barcaiolo o come ci si cala in corda doppia, ma non dimenticherò mai questa esperienza, che mi ha cambiata dentro. Mi ha resa più forte, migliore di prima, più consapevole, più serena e più felice.

Il merito è in parte mio, in parte delle persone che ho incontrato a questo corso. Un branco di pazzi invasati, con cui non a caso mi sono trovata subito a mio agio. Dei pazzi preparatissimi, seri fino a essere pedanti quando è necessario essere seri («Fai una cosa per volta! Ricontrolla il nodo! Guarda che il tuo compagno sia a posto! Verifica che il moschettone sia chiuso!»). Grandi amanti, conoscitori intimi e rispettosi della montagna: tutte le cose che ho imparato in questo corso le sapevano già da un pezzo, e hanno avuto la generosità e la pazienza di insegnarmele.

Credo però di aver insegnato anche io qualcosa a loro. Perché le parolacce che ho detto ieri non le avevano mai sentite prima da nessuna parte. Non da una signora, almeno”.

di Alessandra Selmi

Qui sotto un po’ di immagini del 64° Corso Roccia dei Ragni

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