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SVIZZERA, Wendenstocke, Portami via

PORTAMI VIA (Pilastro della Strada del sole, Wenden)
primi salitori: M. Della Bordella, F. Palma, D. Soldarini 08-09/2005
prima ripetizione e libera: Ueli Steck e Simon Athamatten
sviluppo: 230m
difficoltà: 7c+ (7b obbl.)
materiale: per un ripetizione sono sufficienti6 tinvii e 2 corde da 50m, tuttavia la chiodatura dei tiri più facili si può integrare con friends di tutte le misure
discesa: in doppia lungo la via “Strada del sole”
accesso: dal parcheggio di Wenden seguire il sentierino che per prati sale verso le pareti. Arrivati a una fascia rocciosa la si supera sula sinistra, attraversando il letto di un torrente, proseguire poi diritti e, giunti a una seconda fascia rocciosa costeggiarla verso destra, finché il sentierino non permette di superarla. Si sale dapprima verso sinistra, poi decisamente verso destra per ripidi prati e rocce; si traversa il letto di un fiume e si giunge alla base del pilastro. la via attacca 10m a destra di “Strada del sole” (spit alla base). 1 ora e 3a min. dal parcheggio.

Tutte le lunghezze:
L1: 38m, 3 spit, 6b+;
L2: 25m, 6 spit, 7a;
L3: 24m, 4 spit, 7c+;
L4: 45m, 2 spit, Expo 6c;
L5: 40m, 5 spit, Expo 7c+
L6: 35m, 2 spit, 6a;
L7: 30m, 3 spit, 6b+.
Gradazione confermata Uueli Steck e Simon Anthamatten, che l’hanno ripetuta in due giorni, tornando il secondo gionro con Friends ( NON usati dagli apritori). Tommy Caldwell l’ha ripetuta nel 2213, aprendo a vista una variante ( si era perso!) al quinto tiro, di 30 metri di 7b, con soli FR e nuts! La ripetizione è avvenuta in dieci ore. Caldwell ha detto che è stata la via più expo della sua vita

Note dei primi salitori: via molto impegnativa e di gran soddisfazione, la prima chiodata da italiani al Wenden. la roccia è in generale molto buona, solida e compatta e molto tagliente, anche se non manca qualche tratto di roccia delicata, in particolare nella prima metà del 5° tiro e in uscita dal 7°. L’impegno richiesto è elevato sia a livello psicologico che fisico; la chiodatura è in alcuni punti molto distanziata e i voli possibili superano i 15 metri. Prestare particolare attenzione alla L4 dove il primo spit è molto alto (15 metri dalla sosta) e alla L5: questo tiro è molto pericoloso in quanto nei primi 20/25 metri la roccia non è della migliore qualità e in caso di volo si può andare a sbattere direttamente contro il pilastro che si ha alle spalle con conseguenze che potrebbero essere letali. La via è da percorrere in condizioni meteo assolutamente stabili; in caso di maltempo infatti si formano due enormi cascate dai colatoi a destra e sinistra del pilastro che rendono estremamente problematica una eventuale ritirata. Tuttavia la via asciuga rapidamente dopo le piogge. Nel complesso l’itinerario non è di tipo sportivo, come la maggioranza delle vie del Wenden, ma di tipo alpinistico, nonostante l’uso del trapano e la presenza di spit, e richiede buone doti di esperienza e capacità di valutazione dei rischi.

 

 

PORTAMI VIA (pilastro della Strada del sole, Wenden, Svizzera)

Primi salitori: M. Della Bordella, F. Palma, D. Soldarini 08-09/2005

Sviluppo: 230 m

Difficoltà: 7c+ (7b obbl.) S5, L5 ancora da liberare

Materiale: per un ripetizione sono sufficienti 6 tinvii e 2 corde da 50m, tuttavia la chiodatura dei tiri più facili si può integrare con friends di tutte le misure

Discesa: in doppia lungo la via “Strada del sole”

Accesso: dal parcheggio di Wenden seguire il sentierino che per prati sale verso le pareti. Arrivati a una fascia rocciosa la si supera sula sinistra, attraversando il letto di un torrente, proseguire poi diritti e, giunti a una seconda fascia rocciosa costeggiarla verso destra, finché il sentierino non permette di superarla. Si sale dapprima verso sinistra, poi decisamente verso destra per ripidi prati e rocce; si traversa il letto di un fiume e si giunge alla base del pilastro. la via attacca 10m a destra di “Strada del sole” (spit alla base). 1 ora e 3a min. dal parcheggio.

Lunghezze:
L1: 38m, 3 spit, 6b;
L2: 25m, 6 spit, 7a;
L3: 24m, 4 spit, 7c+;
L4: 45m, 2 spit, Expo 6c;
L5: 40m, 5 spit, Expo 7c/8a non liberata;
L6: 35m, 2 spit, 6a;
L7: 30m, 3 spit, 6b+.
I primi 4 tiri sono stati liberati M. della Bordella, per gli altri i gradi sono stati dati o stimati in apertura. Difficoltà da confermare.

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L’arrampicata sportiva non è né l’una né l’altra… o no?

Sono un figlio degli anni ‘80. Quando avevo sette anni amavo i fuseaux viola con strisce tigrate e sognavo di portare i capelli corti sui lati ma lunghi dietro. Era l’epoca in cui nasceva l’arrampicata sportiva. Nel mio stato, il Colorado, infuriavano le guerre degli spit. L’etica della “new school” era che gli arrampicatori statunitensi stavano perdendo terreno. Gli europei, invece, stavano spittando pareti più strapiombanti e il nuovo stile d’arrampicata, decisamente più atletico, li rendeva più bravi. I climber della vecchia generazione, dal loro punto di vista, vedevano d’altra parte gli spit come una sorta di profanazione della roccia, una dimostrazione di debolezza. L’arrampicata doveva essere pericolosa. Se salivi sopra uno spit eri come una di quelle fighette in fuseaux dell’arrampicata sportiva. E non avevi il diritto di chiamarti arrampicatore. Dicevano “l’arrampicata sportiva non è né l’una né l’altra.”

Sì, l’arrampicata sportiva è l’arrampicata sicura… sì dai. E’ quello che mi stavo dicendo  proprio mentre guardavo giù e vedevo la mia corda scappare via per 10 metri, per poi inarcarsi delicatamente verso l’ultimo spit, a 15 metri di distanza. Ho alzato lo sguardo… nessuno spit in vista e nessuna possibilità di mettere qualche nut. Se cado qui, rischio un volo di più di 30 metri, che mi lascerà sospeso 10 metri sotto il mio compagno. Ma è una caduta nel vuoto. Dovrei essere a posto. Cominciavo a rendermi conto: il Wenden, nel sud della Svizzera, può anche essere considerato una falesia di “vie sportive”, ma è serio quanto qualsiasi altra parete di pura roccia che ho salito finora. In quale altro posto è considerato normale salire un 7b strapiombante, 10 o 15 metri sopra l’ultima protezione? Enormi cadute sono lo standard, e ogni spit che incontri sembra essere un dono che arriva direttamente da Dio.

La roccia friabile di un 6a nel Black Canyon non è nulla al confronto di questo. Mi sarebbe piaciuto vedere Leonard Coyne arrampicare nel Wendenstock. Qui le pareti sono ripide, lisce, prive di prese e su molte vie i primi salitori non si sono nemmeno preoccupati di piantare spit su terreno più facile del 6b. E in più, le vie sono spittate dal basso.

Avevo ascoltato i racconti strazianti delle prime salite da uno dei miei compagni di scalata in questo viaggio, Fabio Palma. L’etica del posto è quella di avventurarsi su queste pareti con alcuni skyhook, una corda sottile per tirare su lo zaino ed una forte fede nel trovare, in qualche maniera, un posto per fermarsi con entrambe le mani libere. Quando arrivi ad una sosta o un posto per agganciarti con lo skyhook o quando sei in una posizione comoda per le mani, tiri su il trapano e pianti lo spit. Fabio è convinto che gli spit devono essere messi “soltanto quando è assolutamente necessario”, che è una cosa molto obiettiva. Quindi, su queste vie se un tiro di 50 metri conta cinque spit non si può dire che sia molto piccante. Dieci o venti tiri possono richiedere anni d’apertura. Ho sentito storie di caviglie rotte e schiene spezzate, di gente che, quando il trapano si è bloccato sull’ultimo spit (incastrato da qualche parte, ndr), si è calata da uno skyhook (Caldwell si riferisce a quanto avvenne a Della Bordella su L5 di Portami Via, ndr). Questi ragazzi amano essere spaventati sul serio e dovevo provare per capirlo, così ho deciso di arrampicare con il giovane Matteo Della Bordella, un climber straordinario e molto alla mano. Volevamo scalare in Wenden ma il brutto tempo ci ha costretti ad andare in Rätikon. Niente male come seconda scelta. Già tempo fa il Rätikon è stato un terreno test di questa etica di apertura dal basso con il minimo uso di spit. Le vie sono alte tra i 300 e i 450 metri e la roccia è perfetta. Ci siamo scaldati salendo il 7c più difficile della mia vita, sulla via Acacia che, pur essendo molto famosa, dev’essere ancora salita a-vista. Sette tiri ci hanno richiesto più di otto ore. Ho dovuto liberare alcuni tiri durante la discesa e abbiamo toccato terra proprio quando è arrivato un temporale.

Dopo alcuni giorni di arrampicata in falesia sotto la pioggia ci siamo diretti verso il Wendenstock e abbiamo trovato le montagne innevate, allora siamo andati al paese di Engelberg e abbiamo arrampicato in una falesia da cinque stelle a ridosso di un campo da golf. Il giorno dopo siamo partiti per un’altra via fino al 7c, di 12 tiri, chiamata “Terra ohne herren” sulla parete nord del Titlis, salendola entrambi a vista in sei ore. A quel punto il tempo era ormai bello da un paio di giorni e quindi abbiamo pensato che il Wendenstock sarebbe stato in condizione. Con soltanto due giorni a disposizione, ho finalmente avuto la possibilità di vedere il posto per il quale ero venuto fin qui.

Credo che qualcosa sia stato perso nella traduzione. Ricordo vagamente di aver sentito una sorta di avvertimento da parte di Fabio quando mi aveva consigliato “Portami Via”. Quando mi sono trovato su roccia marcia, 15 metri sopra l’ultima protezione e su difficoltà di 7b, ero abbastanza sicuro che mi volesse uccidere. Questa volta ero con un altro italiano di nome Luca Schiera, e per dieci ore ininterrotte ho tentato di tenere a morte delle tacche. Gli spit erano così distanti e sfuggenti che su un tiro di 7c+ non li ho nemmeno trovate, e alla fine ho salito una variante, piazzando un friend e (secondo Fabio) il primo dado in Wendenstock. Sono riuscito a salire la via senza cadere (grazie a Dio). Per scendere ci siamo calati lungo la stessa via e non appena Luca è arrivato alla base si è subito inginocchiato e ha baciato la terra. Quando siamo tornati al campo ho appreso che Matteo e Fabio non erano mai riusciti a salirla. (Matteo aveva fatto numerose cadute di oltre 15 metri in una delle quali batté la schiena, ndr). Solo Ueli Steck e il suo compagno Simon Anthamatten erano riusciti a salirla interamente in libera. Da un lato mi sentivo un po’ preso in giro, dall’altro ero sicuro che ciò era stato fatto del tutto involontariamente. Avevo imparato ad amare i miei nuovi amici italiani e l’energia che l’avventura ispira alle loro vite.

L’ultimo giorno Matteo ed io abbiamo salito una via fino all’8a+ chiamata La Svizzera (la via di Larcher e Vigiani, ndr), senza dubbio una delle più belle vie di calcare che io abbia mai scalato e contemporaneamente una delle mie miglior performance a-vista. A questo punto cominciavo ad abituarmi all’idea di salire chilometri sopra l’ultima protezione e cominciavo a rilassarmi un po’. Sono riuscito a salire a-vista il tiro chiave di 8a+, come d’altronde anche un paio di 7c+ con protezioni distanti. Ma sull’ultimo tiro ero stanco e sono caduto. Nel tentativo successivo sono caduto di nuovo. Otto giorni di arrampicata negli ultimi nove giorni cominciavano a farsi sentire. Ho riposato 20 minuti e poi sono riuscito a farlo pulito. Siamo volati verso la cima e ci siamo calati giusto per l’arrivo di un’altra tempesta.

Quella sera Matteo mi ha portato in stazione e ho preso il treno per tornare a Zurigo ed incontrare Becca. Nel bagno del treno mi sono guardato nello specchio per la prima volta dopo una settimana. Sono rimasto un po’ scioccato nel vedere le guance incavate e le costole sporgenti. I molti giorni di vie di più tiri ed i lunghi avvicinamenti si erano fatti sentire. Ma mi sentivo profondamente soddisfatto e contento. Grandi giornate in montagna con nuovi amici mi ispirano sempre il sorriso. Ora sogno di trasferirmi in Svizzera per un’estate d’arrampicata. Questo viaggio è stato soltanto un assaggio e non vedo l’ora di tornare.

di Tommy Caldwell

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