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Nuova via al Sasso Cavallo – work in progress

Sasso cavallo

 

 

 

Solo poche foto, per il momento, purtroppo, di questa nuova via al Sasso Cavallo. Lo so, è un peccato: documentare i momenti di una salita e portare a casa materiale audio e video per provare a trasmettere a tutti qualche briciolo delle emozioni provate è piacevole e importante. Negli ultimi anni, applicandomi un po’, penso di essere migliorato molto sotto questo punto di vista, ma quando vai in due ad aprire una via nuova, hai già mille pensieri, i quali a volte prendono il sopravvento sulle esigenze fotografiche. Ma non preoccupatevi ci rifaremo senza dubbio a primavera!

Questa storia inizia a ottobre dell’anno scorso. Eugenio (Pesci), uomo sulla cinquantina che scala da più di trent’anni e che ha anche aperto numerose vie nella zona di Lecco, ma che io non conoscevo di persona, mi propone di aprire insieme questa via sul Sasso Cavallo.

Era dal 2011 che avevo “appeso il trapano al chiodo”, dai tempi del “mito della caverna” e di “infinite jest”. Negli anni prima avevo aperto diverse vie a spit, ma per qualche motivo era da due anni che mi ero fermato. Forse la mancanza di linee e pareti che catturassero la mia attenzione e mi dessero uno stimolo nuovo, o forse la voglia di investire il mio tempo e le mie energie in spedizioni ed avventure extraeuropee.

Era arrivato il momento di tornare. La sfida al Sasso Cavallo sembrava allettante ed ero curioso di andare a vedere: una parete “di casa”, calcare di buona qualità e ambiente circostante fantastico. In realtà, essendomi abituato a scalare sui più bei calcari del mondo ho sempre considerato le pareti delle Grigne e del lecchese come delle pareti di “serie b” rispetto a Wenden, Ratikon e Dolomiti.

Ma il Sasso Cavallo faceva un po’ eccezione. Era ed è forse l’unica parete della zona in grado di farmi drizzare le orecchie, di catturare la mia attenzione. Avevo con me bellissimi ricordi di alcune delle vie percorse su questa parete: Ibis, Cavallo pazzo e la mitica dieci piani; ricordo che nel 2008, quando ero sceso avevo pensato che questa via non aveva poi troppo da invidiare ad alcune vie in Wenden.

Iniziamo i lavori a inizio ottobre 2013. Eugenio ed io. In due giornate superiamo gli strapiombi iniziali a sinistra della Oppio con 3 lunghezze belle ed impegnative. I passi chiave sono spesso su buchi e torno a provare l’adrenalinica sensazione di restare appeso come un salame a un singolo cliff per trapanare! Momenti belli da raccontare ma che ti fanno sudare freddo, forse in realtà più impressionanti che pericolosi. Torniamo poi a novembre inoltrato per aggiungere altri due tiri alla via e ci ripromettiamo di finire l’opera a primavera.

Cavallo quinto tiro

risalita jumar

Dopo una primavera, come tutti sanno, disastrosa dal punto di vista meteorologico ed in cui non riusciamo a conciliare i propri impegni personali con i rari giorni di bel tempo, a fine ottobre 2014, quasi un anno dopo l’ultima volta riusciamo a tornare sulla via e ad aprire 3 lunghezze sui fantastici buchi della “headwall” finale. Ci fermiamo sotto un tettino per l’ora tarda, ignari del fatto che una quindicina di metri sopra la via sarebbe finita. E così l’11 dicembre, in una bella e fredda giornata risaliamo i 400 metri di fisse per piantare l’ultimo spit della via più la sosta finale. (Almeno a primavera non dovremo più portarci su il trapano)

L’apertura della via è terminata, ma come è noto, questo non significa che la nostra avventura sia finita. La nostra avventura è in pieno “work in progress”. Aprire una via è solo il primo passo, ora bisogna salire la via in libera! E questa seconda fase, come ho già constatato in altre occasioni, può essere anche più difficile e richiedere più tempo dell’apertura.

Non abbiamo ancora dato un nome alla via (l’inverno porterà consiglio), ma l’ultima volta Eugenio mi dice: “potremmo dare un nome ai singoli tiri”. Ci penso un attimo e tra me e me dico “perché no?”, è una cosa che non ho mai fatto nelle vie precedenti, ma mi pare una buona idea, ogni tiro un nome che vuole ricordare un momento vissuto, una caratteristica o una sensazione legata a quel tiro. Un’usanza molto diffusa soprattutto negli Stati Uniti e meno dalle nostre parti.

“La porta nera”: il primo tiro e più impressionante tiro, con un finale su pannello strapiombante a buchi

la porta nera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Revolver”: il terzo tiro, quello che forse mi ha dato la maggiore soddisfazione in apertura, un tiro wendeniano e “larcheriano”: 55 metri di arrampicata continua e obbligata su muro. Aldilà della difficoltà lo ritengo tutt’ora uno dei tiri più belli da me mai aperti per estetica, linea e movimenti.

“mitico Det”: il sesto tiro, che ha la partenza in comune con il tratto chiave della “via della luna” (per poi proseguire dritto), superato dal mitico Det con cliff e scarponi. Un passaggio, atletico, esposto ed impegnativo, che ti fa capire che gente con il Det o il Benigno andava sul serio. (Passaggio peraltro che aveva già risolto in libera Marco Anghileri).

mitico det

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“pocket rocket”: il settimo tiro. Una lunghezza incredibile a buchi di ogni forma e dimensione in leggero strapiombo, un tiro che pare rubato alla falesia di “Ceuse”.

Che altro aggiungere?! Non vedo l’ora di rimettere le mani sopra questi tiri la prossima primavera, per provare a salirli in libera…Come dicevo prima o quasi l’impressione che la parte più bella ed impegnativa dell’apertura di questa via debba ancora arrivare J

Grazie Eugenio per queste 5 fantastiche giornate e per avermi coinvolto in questo progetto e grazie anche ad Angelo, custode del rifugio Elisa, per la disponibilità e per averci permesso di pernottare anche a rifugio chiuso…ti dobbiamo diverse birre 😉

Matteo e Eugenio

 

pocket rocket

 

panorama grigna

panorama tramonto

tramonto

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