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La Bonatti al Costanza in libera – Ragni di lecco

vecchio chiodo

La notizia non è proprio dell’ultimo minuto ed è un po’ “roba per amatori”. Chi non apprezza e frequenta le Grigne forse faticherà cogliere al volo il senso e l’importanza delle prime ripetizioni in libera di un itinerario che certo porta la firma di un grandissimo come Bonatti, ma che, in fondo, si risolve in poco più di 200 metri di scalata lungo uno dei tanti paracarri della Grignetta…

Tutto vero, però quei 200 metri per tutti gli alpinisti lecchesi sono un simbolo, una leggenda e un sogno, rimasto duro e puro, nonostante i 60 anni di storia ed evoluzione alpinistica trascorsi da quando Bonatti e il suo compagno tracciarono quell’impressionante linea fra gli strapiombi gialli del Torrione Costanza.

La Bonatti con la roccia marcia… la Bonatti con la sosta sullo spuntone tenuto lì solo dai cordini… la Bonatti coi chiodi che fanno paura anche solo a pensare di appenderci una staffa… La Bonatti: 200 metri e poco più, lungo i quali però ancora si può percepire chi era quel ragazzo che per primo ha osato navigare attraverso questa parete.

All’inizio dello scorso mese di luglio Gerardo Re Depaolini ha realizzato il sogno cui, da eterno innamorato della Grigna, ha dedicato tempo e fatica, portando a termine la prima salita in libera dopo un lavoro di messa a punto delle soste e della chiodatura che ha consentito a Matteo Piccardi di centrare, pochi giorni dopo, l’obiettivo dell’on-sight.

Quello che segue è il racconto della prima libera: senza compromessi e senza vie di mezzo, in perfetto Gerry-style!

 

Di Gerardo “Gerri” Re Depaolini

NON ERA UN UOMO, ERA DIO!

È stato il Pota , al secolo Matteo Piccardi, a risvegliare il desiderio sopito di tentare la scalata in libera della mitica Via Bonatti alla Torre Costanza. Ancora una volta, grazie a lui-mannaggia a lui, mi ritrovo a mettere le mani su quei gialloni strapiombanti ed un po’ marciotti.

La prima volta con Armando Crispiani, non ricordo la data, feci un tentativo convinto che subito si scontrò con la difficoltà di sistemare un chiodo affidabile sul tratto chiave di quello che ora è il secondo tiro: dopo una mezz’oretta buona riuscii ad infiggere un chiodo universale in un buco talmente buono da sembrarmi uno spit.

Uscii dal tiro con la convinzione che fosse possibile scalarlo in libera. Il successivo tiro in traverso, complice anche l’esposizione pazzesca, e la roccia tremendamente friabile, mi sembrò infattibile; l’imminente arrivo di un temporale ci convinse ad uscire in tutta fretta sulla vicina via Gatti.

“Mi piacerebbe inserire anche la Bonatti alla Costanza nel Concatenamento (NDR: il futuristico progetto nel cassetto del Pota), sarebbe più bello e più ingaggioso”.

Come dire al vecchio: “…vai a darle un’occhiata, sistemala un po’ e fammi sapere”.

Così l’11 giugno scorso con Marco Maggioni risaliamo il canalone che porta alla selletta da cui parte la Cassin al versante sud-ovest. Portiamo con noi una gran quantità di chiodi per sistemare all’occorrenza l’intera via; nessuno spit su una Bonatti,  l’alpinismo per lui ed anche per noi contempla la lotta con il drago.

Pesava su di me l’incognita del primo traverso (quello verso sinistra); avevo anche pensato ad una variante diretta che lo evitasse (ed evitasse anche il successivo verso destra) ma così non avremmo scalato la Bonatti integrale. Con questi pensieri procedendo verso l’alto pulendo la roccia, sistemando buoni chiodi dove possibile e cordini in quelli difficili da moschettone e facendo qualche collegamento tra i chiodi.

La variante che avevo immaginato è difficile, inchiodabile  ed illogica.

Bonatti con il suo grande fiuto e istinto per la scalata aveva visto giusto nell’andare a sinistra.

Il tiro, che tanto mi preoccupava, dopo aver piazzato un ottimo chiodo giallo ad anello (in ricordo di Claudio Barbier) si lascia scalare senza troppa difficoltà; la porta verso l’alto ora è spalancata.

Alla sosta quattro, quando mancano un paio di tiri alla fine della via, ci giungono improvvisi il rombare ed i lampi del temporale già sopra i Corni di Canzo .

Faccio un timido tentativo di proseguire, spronato  da Marco, moschettono due chiodi ma poi al primo tuono faccio marcia indietro ed usciamo dalla vicina via Cassin.

“Oggi stato su Bonatti torre costanza, chiodatura  perfetta, tracce di magnesite, sei tu?” – “Messo nut sul traverso, potresti lasciarmelo che mi occorre ?”. Il giorno dopo ricevo questi due messaggi da Marco Anghileri; lo chiamo subito per conoscere le sue intenzioni future .

Non si sbilancia ma io comunque gli faccio presente che ho già fatto due tentativi e sistemato con grande fatica la via con l’intenzione di scalarla in libera, confidando nel suo rispetto e nella sua sensibilità.

Non posso andarci subito perché a fine settimana parto per 12 giorni al mare in Sardegna. Al mio ritorno il tempo non è bello e il mio compagno è pure impegnato con le gare di nuoto dei ragazzi che allena.

Chissà chi era il compagno di Walter in quel lontano 1952, magari è ancora vivo e ci potrebbero raccontare qualcosa della loro salita; ho letto molto di Bonatti ma non ricordo nulla riguardo alla Costanza.

“Cercavamo di arrampicare il più spesso possibile. Già al primo anno ci siamo messi su delle vie nuove: ricordo uno strapiombo bestiale sul torrione Costanza, con una vecchia corda di canapa e un materiale da ridere. Il secondo ha fatto un volo pazzesco, è pendolato nel vuoto, sono riuscito a tirarlo su dopo una lunga lotta: eppure il problema più serio sembravano i ragli dell’asino del rifugio Alippi , lì sotto. Rimbombavano sulle rocce e nei canaloni, non riuscivamo a sentirci tra noi”.

Le parole di Walter recuperate grazie alla monumentale memoria del mio grande amico Daniele all’interno di un’intervista rilasciata nel 1987 a Stefano Ardito sono tutto quello che ci rimane dell’impresa dell’allora giovanissimo ma arditissimo scalatore.

Ore 6.30 di martedì 2 luglio, parcheggio del Bione. Quando arrivo il Pota è già lì che mi aspetta e subito dopo arriva Marco; per non essere in tre Matteo ha contattato un altro giovane aspirante alpinista di Bergamo, che però tarda ad arrivare. Lo svegliamo noi cercandolo per telefono, lo cazziamo  un po’ e, siccome non possiamo aspettare un’ora e più al parcheggio, Matteo rinuncia ad essere della partita e ci lascia campo libero.

Oggi devo essere all’altezza delle sue aspettative, ma soprattutto delle mie. All’attacco mi accorgo di aver portato l’imbrago  senza porta-martello  e di aver dimenticato il sacchetto della magnesite. Marco mi cede il suo, che però fa cagare. Da anni uso solo sacchetti che mi ero fatto confezionare appositamente quando avevo il negozio e questo contrattempo mi infastidisce: penso che anche Lynn Hill fallì il primo tentativo di libera al Nose per la mancanza di magnesite. In più la via non è stata ancora sistemata alla perfezione e rimane l’incognita dell’ultimo tiro di A3 che non ho mai percorso. Poi però capisco dai primi movimenti che la giornata sarà perfetta; non so se riuscirò in libera,  ma so, dopo 35 anni di scalata, che oggi scalerò bene. L’ambiente, il silenzio, il compagno, la bellezza della via; tutto è come piace a me e mi mette nella migliore disposizione mentale. Sul secondo tiro non sono ancora caldo, devo stringere i denti e soffiare come un mantice per raggiungere la sosta.

Questa è la sosta un tempo avvolta da un alone di mistero. Si parlava di sosta precaria, di masso in bilico. Quando vi giunsi la prima volta trovai solo due vecchi chiodi e delle fettucce che trattenevano in loco un pilastrino mobile. Uno sguardo e un richiamo a squarciagola verso il canalone sottostante per sincerarci che non ci fosse nessuno e in un amen, con viva e vibrante soddisfazione, il pilastrino  prendeva il volo.

Nasceva così una sosta leggermente più comoda, ma soprattutto vedeva la luce la fessurina che in seguito avrei farcito di chiodi creando così una sosta sicurissima. Parto deciso per il terzo tiro, Marco mi tira un poco la corda e tanto basta a farmi volare; benissimo i chiodi tengono alla perfezione e la mia nuova corda arancio è un elastico meraviglioso. In breve siamo sulla sosta nelle vicinanze del camino Cassin: 5 m di VI- a destra e si esce sulla via del  grande Riccardo. Sin qui tutto bene ma ancora fatico a credere a quanta perseveranza,  bravura, ardimento, pazzia, intuito e determinazione abbiano dovuto avere quei due ragazzi quassù oltre sessant’anni fa. Bisognava crederci fortemente.

Parto! Anch’io ci credo fortemente, non so nulla del tiro, neanche dove va, non posso e non voglio appendermi e lascio in sosta martello e chiodi. Inizio così una lunga battaglia, in due tre momenti sono stato tentato di mollare, mi veniva da piangere all’idea di sbagliare. Una lotta interiore, oltre che con l’acido lattico e la paura per le protezioni precarie; in questi momenti solo con me stesso e lontano dalla vista degli altri, tutto quello che sto facendo acquista un significato superiore ed un’importanza straordinaria e diventa  di una bellezza folgorante.

Mi ritrovo ansimante con entrambe le mani su una bella lama di calcare grigio, fuori dal duro, devo solo ormai salire su ottima roccia grigia fino in cima, con le corde che tirano e la gioia nel cuore. Marco quando mi arriva  vicino mi chiede se l’ho fatta, poiché non ha sentito la mia esultanza, che è stata tutta interiore.

Poi il solito tran-tran del ritorno fino al Rifugio Porta, dove cerco e trovo il meraviglioso sorriso di Claudio, lui capisce tutto guardando il mio, indovina pure il nome della via salita tanto mi conosce. Poco dopo arrivano il Pota e Alessandra e insieme, sta diventando una bellissima abitudine, festeggiamo per quella che sul mio diario ho definito una giornata indimenticabile.

È solo scalata, ma mi piace. Scalata come gioia. E qui ancora una volta mi vengono in mente le bellissime ed indimenticabili parole di Reinhard Karl:

“L’ arrampicata nel suo vissuto personale non è influenzata dalla difficoltà tecnica. L’ho risentito chiaramente una sera, 10 minuti prima dell’imbrunire, al Great White Book su al Tenaya Lake… All’improvviso il mondo intero è costituito solo ancora di arrampicata, più veloce possibile… Non abbiamo corda, non abbiamo niente,  scaliamo una montagna senza niente . Arrampicammo così in fretta perché la scalata era un grande godimento…. Per alcuni minuti siamo stati completamente liberi. Era proprio il contrario di una caduta nel vuoto, l’opposto della paura di morire, era la vita, veloce ed intensa… Essere per qualche secondo solo in paradiso, nel paradiso dell’arrampicata. Arrampicare come confronto con la natura, arrampicare come un atto sessuale, arrampicare come gioia folle…”.

Mi vengono pian piano le lacrime. Mi rendo conto: questo è stato un punto culminante nell’alpinismo, forse il culmine dell’emozione, non si può provare di più, è irripetibile. La mente mi dice: “tieniti stretto tutto questo nella tua memoria, ponilo sotto vetro nel tuo scrigno spirituale, questo è oro puro”. E in questo attimo mi sento straordinariamente ricco.

 

– Nella gallery qui sotto alcune immagini della prima on-sight di Matteo Piccardi

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