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Il ragno e la Principessa

Durante i primi mesi del 2022 abbiamo avuto il piacere di passare diverse settimane in Sicilia, per la precisione a Palermo.
Presto verranno presentati i frutti del duro lavoro svolto per la valorizzazione dell’arrampicata sportiva e la chiodatura di nuove falesie.
Nel frattempo vi proponiamo un piccolo racconto, con relazione, di una via che io e Marco Zanchetta abbiamo aperto sfuggendo dalle grinfie del vecchio aka Simone Pedeferri.

 

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Il ragno e la principessa è una via di sette tiri, con difficoltà fino al 7c+ e 6c obb.

Necessari una serie di friend e 10 rinvii.

 

Perché il ragno? Perché è biologicamente progettato per arrampicare, perché è il simbolo del gruppo alpinistico che ha contribuito alla nascita di questa via.

Perché principessa? Perché tra poco più di un mese, magari quando voi lettori leggerete queste righe sarà già successo, nascerà Julia la mia prima figlia.

 

“Negli antri di queste pareti a picco sul mare, si aggirano miliardi di ragni. 

Passano la loro giornata a fare su e giù infilandosi nei buchi e nelle fessure della roccia. Tessono complicate tele per catturare le prede e si lanciano in lunghe discese a strapiombo appesi ai loro sottili fili di ragnatela.

La principessa dal basso li osserva. 

Non sa perché fanno tutto ciò, l’unica certezza è che un giorno vorrà fare la stessa cosa ed essere una di loro.”

 

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Facciamo però ora un passo indietro e andiamo con ordine.

Parlare di alpinismo a Palermo senza citare le vie di Roby Manfré è un po ‘ come parlare della cucina del capoluogo siculo dimenticandosi di citare il Pani câ meusa, Pane e panelle e o’ Cannuolo.

Dopo aver dedicato una giornata all’esplorazione di alcune delle più incredibili pareti che io abbia mai visto, insieme a Marchino (Zanchetta) decidiamo di concentrare la nostra attenzione su una scura parete nord.

In un tratto di costa compreso tra il cimitero dei Rotoli e Mondello, nei pressi della celebre Grotta dell’Addaura, c’è appunto un’imponente, quanto defilata, parete di rosso calcare che, rimanendo nell’ombra quasi totale, domina questo angolo di Palermo.

Proprio su questa impressionante parete Roby Manfré, quasi trenta anni prima di noi, aveva posato il suo sguardo su di essa, individuando un’ardua, ma ovvia linea di salita lungo un evidente sistema di diedri e fessure che portano verso i pianori sommitali del Monte Pellegrino.
La via in questione è Ombra Silenziosa, aperta in solitaria e in sole tredici ore non-stop di arrampicata dal forte scalatore siciliano. Recentemente tornata in “auge” dopo la prima ripetizione e richiodatura nel 2018.

La nostra idea è quella di seguire una profonda spaccatura nella zona più strapiombante della parete, aprire dal basso e cercare di limitare all’essenziale le protezioni fisse.

Io e Marco iniziamo quindi a salire la parete in una ventosa mattina dove tutto è perfetto.


Fatto il primo tiro per rimontare lo zoccolo basale attacchiamo la vaga fessura che avevamo visto dal basso.
I primi quattro tiri filano lisci e mettono subito in chiaro una cosa: la spaccatura che pensavamo di salire non è della migliore roccia, ma rimane comunque la nostra direttrice verticale verso l’alto.
Arrampichiamo sui pilastri che la delimitano trovando qui della roccia incredibile, per forme e colori.

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Il giorno dopo torniamo, la spaccatura termina contro un tetto giallo e l’unica linea logica da seguire è una bellissima quanto improteggibile placca compatta che Marco supera alla grande considerando, tra l’altro, che si tratta della sua prima apertura dal basso.
Arriviamo dunque all’ultimo tiro. Si parte da una cengia appoggiata e si prosegue su una fessura off-width su di una piastra aggettante.
Al suo termine mi trovo davanti ad un dilemma: esco a destra o sinistra?
A sinistra sembra esserci una sequenza di appigli, ma c’è anche un blocco che pare staccato e appoggiato proprio sull’uscita della piastra.
A destra, dopo un’attenta analisi, spunta la dura ma fattibile sequenza che con 5 movimenti obbligati porta ad un bordo da rimontare.

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Ci troviamo così ad una decina di metri dai pianori sommitali,  decidiamo di scendere e lasciare l’uscita in “vetta” per il giorno della ripetizione.

Il terzo giorno di lavori lo dedichiamo alla pulizia del sentiero e delle via.
Risaliamo le corde fisse lasciate i giorni precedenti pulendo gli appigli e disgaggiando qua e là roba di poco conto e ci rendiamo conto solo in questa fase che la linea è veramente estetica ed esposta. Contenti come dei bambini torniamo a casa trepidanti di provare a scalare il frutto delle nostre fatiche.

Le condizioni meteo cominciamo però a cambiare e le tre giornate ventose che ci hanno accompagnato durante l’apertura, lasciano spazio ad improvvise piogge e un leggero vento proveniente dal mare che porta salsedine sulle pareti che si affacciano verso nord.

Al primo tentativo di salita in libera veniamo respinti dopo il secondo tiro.
La roccia rossa, che nei giorni scorsi era porosa e ruvida, si riempie di salsedine e diventa inscalabile.

Il giorno dopo ci riproviamo, la situazione è migliore, ma non ottima.
Solo un acquazzone dopo il terzo tiro, pulisce l’aria dalla salsedine e ci permette di salire anche rapidamente fino alla nostra ultima sosta.

Marchino affronta l’ultima corta lunghezza che, dopo una facile rimontata, ci permette di scalzare le scarpette d riposare i piedi tra i fili d’erba bagnati dei verdi prati sommitali.

Nonostante le soste da noi piazzate possono essere usate per calarsi, vista l’esposizione optiamo per prendere la linea di discesa della vicina via “chiacchere e distintivo” che con 4 calate ci deposita ad un centinaio di metri dall’attacco della nostra via.

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Durante i giorni passati in parete, non facevo altro che pensare a quanto sono fortunato ad avere amici come Marco, Simone, Jonathan, Max, Richi e Pala.
Compagni di viaggio e avventure che mi permettono di mantenere vivo il fuoco che arde dentro a tutti noi che amiamo il mondo verticale.
Lo stesso fuoco che trent’anni prima ardeva nell’animo di Roby Manfré e che lo ha spinto a salire in solitaria quei 200 metri di strapiombi e fessure.

Contemporaneamente a questo pensiero, la mente va inevitabilmente alla piccola che sta per arrivare. Pensavo come, ancora prima di conoscerla, mi trovassi già a desiderare che un giorno anche lei possa avere amici e amiche ad accompagnarla lungo il cammino delle sue passioni.

Il nome della via è dedicato al Ragno, che siamo tutti noi che amiamo arrampicare, e alla (mia) Principessa che sta per arrivare.La speranza è che un giorno possa raccontarle questa piccola storia e sperare di accendere dentro di lei lo stesso fuoco che arde dentro di noi.

 

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