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Ci vuole un fisico bestiale

Ci fa davvero piacere pubblicare questo testo di Arianna Panzeri, alunna del 62esimo corso roccia dei Ragni appena concluso. Ci fa piacere perche i complimenti non fanno mai schifo a nessuno, ma soprattutto perché con le sue parole Arianna descrive alla perfezione qualcosa che riguarda anche tutti noi che del gruppo Ragni facciamo parte. I suoi timori, le sue emozioni (insonnia a parte… forse) non sono diversi da quelli che prendono noi quando pensiamo a quanto è bella e grande quella storia di quasi ’70 anni con cui è tessuto il maglione rosso con il simbolo del ragno a sette zampe.

“Ci vuole un certo tipo di fisico per fare certe cose”. Così mi risponde il mio istruttore della palestra, quando finalmente, dopo settimane di mistero sullo scopo dei miei allenamenti più ravvicinati, non riesco più a trattenermi e gli rivelo “sai mi sono iscritta ad un corso di arrampicata… – pausa, titubante – …con i Ragni!”.

Come dargli torto, quasi 34 anni, col mio dolce peso neanche riesco a fare i piegamenti sulle braccia, figuriamoci tirarsi su per una parete.

Eppure quando mi arriva la mail di Silvano che, in tono super professionale, mi scrive che si annota la mia richiesta per il corso e che ci risentiamo magari verso fine febbraio per una chiacchierata conoscitiva… beh, quella è stata la prima di una serie di notti insonni, ma una di quelle belle però, un po’ come quando da bambini è quasi Natale.

L’insonnia. L’insonnia mi ha tenuto compagnia ogni singolo venerdì notte: preparato lo zaino, sono di nuovo lì con la dispensa dei nodi… “dai, su, vedi di impararli ‘sti nodi che poi Silvano ti cazzia”… e il sonno: “se non dormo poi faccio tardi al ritrovo delle 7… Sì, ma se non impari i nodi sarai la sfigata del gruppo”…

Il primo weekend è una sconfitta morale: ci arrivo già stanca, a malapena riesco a concludere la mia prima parete, ho la netta sensazione che mi stiano sfuggendo i segreti e gli insegnamenti che tutti gli altri invece stanno evidentemente cogliendo perfettamente. Il sabato notte addirittura mi ritrovo a sperare che il giorno dopo piova. Che delusione, cosa mi è venuto in mente!

Il giorno dopo non piove, si arrampica allo Zucco Angelone, monotiri. Alle 12 sono già stanca, qualche goccia di pioggia mi offre la scusa… sono talmente delusa da me stessa che quasi senza pensarci dico a Sergio: “Io sarei un po’ stanca, ci fermiamo?”.

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Che smacco, se il giorno prima avevo anche indossato la maglietta del corso, oggi me ne sono guardata bene. Non me la merito. E’ durante l’allenamento in palestra del lunedì che realizzo che un’altra uscita così non è accettabile. Non ho scelto il corso dei Ragni per fare quella figura, ho scelto il corso dei Ragni perché non ce n’è uno più prestigioso, e io so che posso fare molto di più di quello che ho fatto nel weekend, è il minimo per una che ha la pretesa di fare un corso coi Ragni.

Dal weekend successivo in Grignetta si ricomincia tutto da capo: Dante mi affida, uscita dopo uscita, a istruttori diversi nello stile, ma tutti accomunati da un’unica fondamentale caratteristica… la pazienza!

E così scivolano via (fin troppo velocemente, purtroppo) le nostre uscite: Torrioni Magnaghi, Campaniletto, spigolo del Nibbio ai Resinelli, il weekend di Finale Ligure, la Val Masino col mitico Sasso Remenno.

Non diminuiscono certo le notti insonni, l’ansia da prestazione, i “Sì, sono un attimo bloccata, ora vedo di muovermi” e le “covate” in parete, ma le sensazioni alla fine di ogni uscita sono completamente diverse.

Non è passato nemmeno un mese dall’inizio del corso, eppure la sensazione del gruppo si sente già tanto, magari non si arrampica insieme ma alla fine della giornata ci si ritrova davanti ad una birra a raccontarsi le vie, a condividere difficoltà e successi, a farsi prendere in giro dagli istruttori…

Già, gli istruttori: diversi i caratteri, diversi gli stili di insegnamento (ogni tanto diverse anche le indicazioni su come fare le cose, così ci incasiniamo ancora di più!), persone in grado di compiere imprese straordinarie eppure così “normali”, pronti in ogni momento a guidarti in parete con tutta la professionalità di cui sono capaci così come a ridere e scherzare insieme, come se fossero amici che conosci da tempo.

Nelle ore che precedono la cena di fine corso sono già malinconica. So già che mi mancherà l’appuntamento del giovedì sera, ripenso alle lezioni sulla storia dell’alpinismo e sul soccorso in montagna, e so che ho avuto la fortuna di condividere l’esperienza e il pensiero di chi la storia dell’alpinismo e il soccorso lo sta facendo davvero, e ai massimi livelli.

Ancora di più mi mancheranno le uscite in parete, rifletto sul fatto che avrei potuto viverle ancora meglio, imparare di più dagli istruttori che hanno condiviso con me il loro tempo e la loro esperienza, mettermi maggiormente alla prova, e forse proprio perché avevo cominciato ad acquisire questa consapevolezza che l’ultima uscita in Val Masino è quella che mi ha entusiasmato più di tutte.

La cena di fine corso, nuovamente, è come un ritrovarsi tra amici. Il momento della consegna dei diplomi una grandissima soddisfazione, sia quando è il mio momento, sia quando è il momento di applaudire gli altri, perché so che ognuno di noi, più o meno bravo, più o meno esperto, si è messo alla prova, ha dovuto confrontarsi con i propri limiti, ha vissuto, a modo suo, un’esperienza straordinaria.

Questo mese di corso è stata per me un’esperienza straordinaria. Siccome sono una sentimentale, lo è stata innanzitutto grazie alle persone splendide con cui l’ho condivisa, e con cui ho intenzione di restare in contatto, sperando che qualcuno di noi sia disposto ad andare da primo in parete, quando ci toccherà arrampicare da soli!

Ripenso a quando Silvano ha chiesto “Ma allora, avete imparato qualcosa o no?”: beh, diciamo che con i nodi (o l’allestimento di una sosta) potrei avere ancora qualche difficoltà. Di certo sono contenta di essermi messa alla prova, ho scoperto con una certa soddisfazione che nei momenti di difficoltà c’è una forza dentro che ad un certo punto prende il sopravvento e ti da uno scossone, ho quasi imparato a prendermi meno sul serio, anche se per riuscirci ho dovuto farmi urlare dietro mentre stavo appesa con le unghie e in lacrime ad una parete.

Volevo trattenermi dal citare Walter Bonatti, che poi mi dicono che parlo solo di lui. Però è vero che “ci vuole il fisico” (o i muscoli..), ma solo quelli non bastano, arrampichi con la testa, e con il cuore.

E proprio dal cuore, un immenso grazie a tutti voi Ragni, che avete saputo organizzare un corso “pennellato” sulle persone, dimostrando una grande attenzione alle caratteristiche e all’abilità di ognuno di noi per darci la giusta dose di stimolo, insegnamento e divertimento.

Mi mancate già!

Ora non resta che seguire il consiglio di Fabio: arrampicare, arrampicare, arrampicare… Lo spigolo della Torre Delago mi aspetta!” Arianna Panzeri

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