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Amico fragile: nuova via di Marco Vago in Sardegna

26-09-2006 Amico fragile: nuova via al Monte Donneittu in Sardegna Nei giorni scorsi Marco Vago con Simone Pedeferri ha completato la via sul M.te Donneittu (Codula de Luna, Sardegna) già iniziata con Fabrizio Fratagnoli e poi continuata con Matteo Della Bordella.

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E’ terminata la lunga avventura di Marco Vago al Monte Donneittu, Codula de Luna, Sardegna, iniziata nell’Ottobre 2005 e perseguitata da maltempo e problemi vari

.La via, chiamata AMICO FRAGILE, fu iniziata da Marco in compagnia di Fabrizio Fratagnoli (noto per numerose aperture in Val d’Ossola e Val Verzasca), affrontando il gigantesco strapiombo centrale di questa parete della Codula de Luna nota per alcune belle vie (fra cui HLF) e per essere soprastante la grandiosa grotta di Su Palu (oltre 40 km di sviluppo). Si tratta di una zona selvaggia, ancora pochissimo intaccata dall’uomo, spesso meta di campi speleo e di isolati scalatori, desiderosi di silenzio e solitudine.

Lo strapiombo parte dal terzo tiro, dove Marco è riuscito, in apertura, ad salire un tiro bellissimo, con un obbligatorio severo.
Marco è poi tornato ad inizio Giugno con Matteo Della Bordella, ma nei cinque giorni trascorsi in parete i due furono davvero colpiti dal maltempo (a poca distanza, il primo Giugno, nevicò…). Finalmente la via è stata terminata da Marco nei giorni scorsi insieme a Simone Pedeferri. Le difficoltà sono molto elevate nei tiri centrali, super strapiombanti.

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AMICO FRAGILE
Monte Donneittu, Codula de Luna, Sardegna
Sequenza dei tiri: 6b, 6c, 7c+/8a, 7c+, 7b, 6a, 6b+, 6a+
Difficoltà: 7c+/8a max; 7a obbl. minimo
NB Attenzione ai primi due tiri, su muro verticale a tacche fragili: la chiodatura lunga necessita di molta attenzione, soprattutto all’inizio.
Materiale occorrente: due mezze corde da 60 metri; 10 rinvii; friends BD dal 0.5 al 3 (per gli ultimi 3 tiri); qualche cordino
Discesa: consigliata dalla vicina via “LINEA BLU”
Per la relazione, e photogallery, si veda qui http://ragnilecco.com/amico-fragile/

Un anno dopo, ecco cosa scriverà Marco

AMICO FRAGILE – ATTO SECONDO
di Marco Vago

Sentivo e sapevo che non sarebbe finita lì, che c’era ancora qualcosa in sospeso tra me e quella parete… L’etica del giorno d’oggi imporrebbe la ripetizione in libera integrale ed in giornata di tutta la via, una cosa che sapevo ed ora più di prima so essere fattibile, ma non era quello ciò che mi attraeva di quello strapiombo e non capivo cosa fosse fino a che non l’ho disceso in corda doppia dalla quarta alla seconda sosta percorrendolo interamente in discesa e ritrovandomi, una volta giunto all’altezza della S2, completamente nel vuoto ed a quindici metri da essa con oltre settanta metri di aria sotto il culo.

Durante l’apertura non mi fu possibile gestire i 55 metri di sviluppo di quelle canne, o almeno non ne fui in grado, quindi a circa metà strapiombo piazzai la S3, cioè la sosta di arrivo del terzo tiro che durante la salita in libera, in compagnia di Simone, valutammo 7C+/8A, mentre il quarto tiro risultò essere un altro 7C+. Mi resi conto che se non in apertura, almeno in fase di arrampicata la S3 poteva essere evitata unendo i due tiri in un’unica grande cavalcata su canne con la schiena rivolta verso un grande vuoto, un vero affronto alla forza di gravità.
Non era certo la ricerca di una prestazione, (lo sarebbe stato forse la salita in libera in giornata) e nemmeno la ricerca di un grado estremo (se pensate a quali numeri girino in quelle che oggigiorno sono considerate prestazioni in arrampicata sportiva), semplicemente una ricerca estetica poiché quella S3 sembrava voler “castrare” lo strapiombo, era una vera stonatura nel bel mezzo di quelle canne.

Quindi eccomi nuovamente in Sardegna, in Codula di Luna al cospetto del Donneneittu, ma questa volta in compagnia di Adriano (Selva, n.d.r.) e Riky Felderer (in veste di fotografo). Sapevo che per me non sarebbe stata un’impresa facile, ma sin da subito, oltre che con l’acido lattico, abbiamo dovuto lottare con l’acqua che, a causa delle copiose piogge del mese precedente e filtrando da dietro la parete, bagnava diverse sezioni dello strapiombo tra cui il tratto chiave del terzo tiro e tutta la canna in uscita al quarto.

Al quarto giorno in parete per ben due tentativi le braccia mi hanno abbandonato al penultimo spit, a soli dieci movimenti dalla sosta. Questa fu per me una mazzata morale: benché non ci fossero passaggi estremi non riuscivo più nemmeno ad azzardare anche solo il fatto di staccare una mano per tentare il movimento successivo e, dopo il volo, ero talmente pieno che per cinque minuti non riuscivo nemmeno a staccare lo spazzolino dall’imbrago per pulire le prese. Decisi di lasciare comunque i rinvii sul posto e di sacrificare due giornate di vacanza al completo riposo per tentare un’ultima volta.

Tre giorni dopo tornammo quindi all’attacco ma già al primo giro sentivo che le braccia non giravano bene e si indurivano subito. Inoltre il tiro era bagnato ma soprattutto la testa non reggeva, non avevo più voglia e pensare di concatenare quei 110 movimenti mi dava il voltastomaco. Dopo il tentativo di Adriano, mentre infilavo le scarpette ed ero sempre più scoraggiato e stanco, decisi che quello che mi accingevo ad affrontare sarebbe stato l’ultimo tentativo, poi avrei tolto tutto perché la cosa non mi divertiva più.

Stranamente riuscii ad arrivare in continuità alla sosta intermedia ed a proseguire fino alla base dell’ultima canna di 12 metri che porta alla sosta di arrivo. Decisi che se dovevo tentare il tutto per tutto infischiandomene della stanchezza, degli avambracci gonfi e della vista appannata: se dovevo cadere sarebbe stato perché le mani si sarebbero aperte da sole… ma non successe. Misi la corda in sosta con un urlo liberatorio, felice come poche volte mi era successo e non so se lo ero più per il fatto di aver chiuso un tiro meraviglioso e se per essermi finalmente tolto un grande peso dallo stomaco.

Per quanti di noi è ormai diventata una routine dopo ogni week-end segnare i tiri realizzati sul nostro quadernetto o addirittura nella pagina di Excel, contenti o rimuginanti del fatto di essere più o meno in forma?! Capita però a volte, sempre più di rado e sempre più difficilmente, di voler inseguire un qualcosa di un po’ diverso, un po’ al di fuori dei soliti nostri schemi, un qualcosa di talmente bello ed affascinante da meritare maggiori fatiche e sbattimento da parte nostra e magari anche una partita a dadi con l’incertezza perché, almeno per una volta, stiamo mirando troppo in alto… forse! Ma bisogna pur provare per saperlo, o no?!

Una tazza di the, ad esempio, è un oggettivo piacere quotidiano al quale non facciamo più molto caso, ma presa bella fumante fuori da un rifugio in alta montagna, stretti in un pile che ci ripara dal freddo pungente, di fronte ad un tramonto mozzafiato e magari dopo una faticosa giornata in parete, beh, il contorno trasforma quel semplice gesto in un momento unico ed indimenticabile che porteremo nel cuore per anni. Allo stesso modo ci possono essere arrampicate che trascendono il semplice gesto o la più sterile prestazione perché incastonate in ambienti isolati e splendidi oppure perché sono per noi cariche di un significato particolare. Sono quelle salite che magari meritano il “carattere in grassetto” sottolineato nella nostra pagina di excel o addirittura una foto appesa sulla parete di camera nostra, come quella che ho io.


CONSIGLI PER LA RIPETIZIONE:
Per ripetere il concatenamento di L3 + L4 (8B – 55 metri) si consiglia l’utilizzo di una corda intera da 80 metri perché due mezze corda peserebbero troppo rendendo problematici i moschettonaggi nell’ultimo tratto. Utilizzare 16 rinvii con fettuccia lunga per facilitare lo scorrimento della corda.

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