Un poco Locos, di Davide Spini

 Un poco locos

Courmayeur, 25.11.2008. Sinceramente non ho voglia di scrivere. Sono in caserma, seduto ai piedi del mio letto e guardo fuori dalla finestra: tutto è coperto di neve e avvolto dal freddo. Vorrei fosse estate.

Apro la cartella Immagini/Estate 2008/Un Poco Locos e avvio la presentazione. Le foto sono ancora tutte in disordine; sia quelle belle, che quelle brutte. “Chissà quando troverò la voglia di sistemarle?!” “Beh…spero mai, vorrà dire che ho di meglio da fare.” Le guardo quasi con distacco, ormai le ho già viste tante di quelle volte che mi sono assuefatto. Oggi però mi concentro su un particolare: i nostri volti. Non sembrano particolarmente belli, sono decisamente sporchi e spettinati, le occhiaie non mancano ed il riflesso del flash ci fa sembrare degli alien, ma allo stesso tempo esprimono gioia, stanchezza, soddisfazione e perché no, anche un pizzico di follia!

Tutti gli uomini sognano.

Non però allo stesso modo.

Quelli che sognano di notte

nei polverosi recessi della mente

si svegliano al mattino

per scoprire che il sogno è vano.

Ma quelli che sognano di giorno

sono uomini pericolosi

giacchè ad essi è dato vivere i loro sogni

e far si che si avverino.”

T.H. Lawrence, I sette pilastri della saggezza

“Sono da poco passate le sette quando mi siedo su un’immensa lastra di granito leggermente inclinata. Tolgo il casco, stacco il trapano e tutta la ferraglia che mi pesa sull’imbrago e la butto lì. Alla mia sinistra delle strane ed austere foschie avvolgono il Pizzo Torrone Orientale, mentre a destra un bel tramonto fa da cornice ad altre vette del Masino.

In mezzo a questa grandiosa natura sto io: piccolo, stanco ed insignificante climber spettinato, con le mani sporche, sbucciate e screpolate e la faccia cosparsa di sabbia, terra e licheni.

Dentro di me una voce mi dice di respirare a pieni polmoni, di assaporare fino in fondo questi momenti, di fermarmi un attimo e di stampare nella mente tutto ciò che mi circonda. Alzo la testa e cerco di catturare ogni particolare, ogni odore e tutte le sfumature di questi istanti pieni di emozioni.

Tutti i miei sensi sono all’erta e registrano ogni cosa, mentre il mio fucking ego è all’apice dell’autoesaltazione. Così, da solo, mentre sorrido agli ultimi raggi di sole che vorrei non tramontassero mai, mi faccio i complimenti per aver sognato, e poi iniziato, quest’avventura.

“La mente mi dice “Tieniti stretto tutto questo nella tua memoria, ponilo sotto vetro nel tuo scrigno spirituale, questo è oro puro.” E in un istante mi sento straordinariamente ricco.” R.Karl

Qualche minuto più tardi, purtroppo, devo ritornare alla realtà: trenta metri sotto i miei compagni di cordata stanno aspettando e devo fare la sosta. Prendo quindi in mano il buon Makita e lo appoggio alla roccia, dall’alto verso il basso, come se gli volessi bucare la testa, al Picco ovviamente. Mi sento quasi presuntuoso nel compiere questo gesto, né il Tarci, né Koller l’avevano ancora fatto…quindi me ne fotto e schiaccio il grilletto. Il trapano vibra e penetra, poi si ferma…batteria scarica, of course. “Cazzo, ma anche all’ultima sosta non va liscio niente?!”

Venti minuti dopo anche Majo e Giò mi raggiungono.” Peccato che Simo sia andato via, avrebbe dovuto esserci anche lui in questo momento!” Dentro di noi ci sono molti pensieri che non verranno mai tradotti in parole, quindi ci limitiamo a stringerci la mano, ci diamo una pacca sulle spalle, scattiamo le solite foto di rito ed è già ora di scendere. San Martino è ancora lontana, quindi, alla luce della frontale, buttiamo le corde ed iniziamo le doppie.

Non ricordo quante volte al Bar Monica mi sia fermato davanti alla fotografia del Picco Luigi Amedeo inondato di sole. E’ grandioso e paurosamente verticale, stimola la fantasia ed accende la voglia di granito che da qualche primavera mi arde dentro, sempre più in profondità.

(…)