SESTA PUNTATA

Nella combriccola erano entrati a piedi uniti con la loro simpatia il Barbetta e Gianluca.

Antonio Barbetta, qui lo dico e qui mi espongo, è uno che a forza di dita avrebbe trionfato in molti, molti contest. Sul mio trave enterprise, le ultime due tacche svasissime in basso, ai lati, dove nel foglio d’istruzioni c’era l’esercizio di Dulac worldchampion tres difficile ( sospensione 6”…), lui prima bivaccò a freddo in sospensione e poi trazionò con due dita a mano e 20kg di sovraccarico. E ho testimoni.

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Solo che al Barbetta di fare i tri duri non gliene fregava assolutamente nulla: quando fece Profondo Rozzo al secondo giro, scese commentando carino, facile, e riprese a fare i suoi 6c e 7a. Il Barbetta era semplicemente troppo superiore al discorso grado, lui adorava e adora l’arrampicata come io e la maggior parte di quelli che conosco non è mai riuscito ad apprezzare: quello che è, punto. Una cosa che non ha niente a che fare con palazzetti, prestazioni, collezione di difficoltà, etc etc. Ma sto divagando.

Salimmo in meno di 4 ore Mediterraneo, in Sardegna, lui a vista, e naturalmente io, che ambivo alle vie expo, puntavo ad Angelo Blu, via piuttosto misteriosa dei fratelli Mabboni, sempre sulla Giradili. Si sapeva solo che era expo, e non aveva ripetizioni.

Acconsentì alla prova lo zar Casiraghi, che cliente dietro ad Adam Holcknet ne aveva viste parecchie. E già il primo tiro, forse aperto con ovvio e sapiente uso di nut che io ovviamente non avevo, mi diede il primo, vero, brusco ingresso al mondo delle vie expo; certo era una via a spit, solo che il primo era a quasi 15 metri, ed è vero che era 6a+, ma non c’erano chiodi da rinviare ogni metro o anche ogni tre, e senza nuts ( ma quella era una mia colpa…) per la prima volta acquisii una consapevolezza con cui avrei fatto tiki taka un po’ di volte: vietato cadere.

Quello che non sapevamo è che i fratelli Mabboni scalavano a vista sull’8a o comunque su livelli irraggiungibili rispetto ai nostri ( qualche primo timido e facile 7a+…), per cui anche il secondo tiro, 6b con chiodatura seria, svegliò dal puro piacere di salire il grande zar.

Ed ora…toccava a me…il terzo e quarto tiro erano, semplicemente, chiodati ogni cinque o sei metri, su difficoltà di 6c e 6c+. Cadeva qualche goccia di pioggia, ma la parete era leggermente strapiombante, e non era quello il problema. Furono gli avambracci, e lo scalare male rispetto a quelo che veniva esatto, a spalancarmi le porte del paracadutismo, anticipando di molti anni il volo di Favresse sull’Asgard…io ero assai più modestissimamente sulla Giradili, però di voli ne feci almeno dieci, sui due tiri, tutti dai dieci metri in su. Entrai in una sorta di battaglia adrenalinica, non volevo saperne di scendere, partivo verso il basso urlando e lo zar era semplicemente inorridito. I due tiri erano di quasi 60 metri, e io arrivai al 115° metro della coppia tre volte, ogni volta fallendo il rinviaggio e precipitando verso il basso che pure Osman mi avrebbe consigliato, controlla le corde, va.

Quando proprio non ne ebbi più, lo Zar mi calò, e io dissi, scendi tu in doppia, io mi riposo un po’ qui.

E scusa, come scendi tu?

Dire che ero fuso nel cervello forse non basta…

E poi fu un Giugno quando, al Ratikon, chiesi candidamente di indicarmi una via sul 7a molto psicologica.

E mi dissero, Achtibahn.

Quello che non mi dissero è che aveva 3 ripetizioni in dieci anni, ed era una via temutissima.

Dopo il camino di approccio, il Gipeto partì per il 6a, inaugurando una filippica di parolacce in mia direzione. Dopodichè, toccava allo Zar, per il 6a+/6b, prima dei tiri sopra, sul forse 6c, che sarebbero toccati a me. Eccolo, quel tiro, in foto di Marcel Dettling

http://1.bp.blogspot.com/-V-h1sn398rI/TsLjlkhTPvI/AAAAAAAAAnc/seTFeOROQEc/s1600/DSCN2572.JPG

Lo Zar traversò sotto un tetto per molti, molti metri, sussurrando qualcosa sulla differenza di chiodatura fra Ratikon e le sue amate Dolomiti. Dopodichè, almeno dieci metri più in là con in mezzo uno spit, rinviò un chiodo, e superò il tetto. Sparendo nella nebbia.

Io e il Gipeto cominciammo a colloquiare di argomenti vari, donne comprese. La corda andava e lo zar era, ci dicevamo, al sicuro nella nebbia. Com’è che si dice? Occhio non vede, compagno di cordata son fatti suoi.

Fummo riportati alla realtà da un grido, che per dir la verità non capimmo subito da dove provenisse; circa un secondo dopo la nebbia fu trafitta da una sagoma.

Che naturalmente proseguì (la sagoma), questa volta nel vuoto limpido, per altri dieci metri, supervisibili, dalla nostra priviliegiata postazione di sosta ben prima del traverso, e spettacolarmente panoramici. Tutto quel secondo fu molto cinematografico, spettacolare, aereo. A tutt’oggi come Ragni abbiamo dato alla luce molti film e video, e ho tonnellate di video di scalate e voli, ma vi giuro su quello che volete che mai e poi mai è capitato di vedere un così perfetto jump down verticale con stuntman che fora la nebbia e appare e poi si mostra e infine si arresta molto più in giù. Pagheresti qualunque biglietto, per vedere live ‘na cosa del genere.

Però lì eravamo gratis, col Gipeto bianco come uscito da un test dixan e io un po’ lento nel capire l’accaduto.

Lo zar, finalmente arrestatosi ( grande chiodo ben messo augh!!), urlò: la faccia, la faccia, com’è la mia faccia?!?

Non è che fossimo ancora consci della situazione, comunque mi venne fuori, Ale, sei nel vuoto, come vuoi che sia la faccia. Mica hai toccato. Minkia che volo!

Poi, più educatamente: come va? (un po’ di tatto ci voleva prima della parolaccia, ma penso possiate capirmi, sul galateo in quel momento lì si era confusi).

Il resto furono circa due ore di litanie del Gipeto, una discesa in doppia che manco Beautiful strappalacrime, e infine la promessa, torneremo.

Che fu due settimane dopo.

Ancora il Gipeto sul 6a+, ancora con smadonnamenti. E poi Ale che si offre per il “suo”tiro, che quando siamo passati dal punto dove gli rimase in mano la presa (la teoria avrebbe previsto almeno due friends sopra il chiodo…ma anche lo Zar era un uomo vero, o altro…) sia io che il Gipeto, vedendo il chiodo un fantastamilione di metri sotto esclamammo, ma sei venuto giù da qui? E quanto è vero che Duran mano di pietra picchiava forte io vi dico che all’unisono commentammo, XAXXO!!!

Comunque toccava a me. E niente sarebbe stato più uguale a prima di quel tiro di Achtibahn.

Che partì più o meno innocuo, e poi traverso sotto un tetto, chiodatura tranquilla, niente di che. Quasi ero deluso.

A seguire, una placca, con alla sua sinistra una fessura.

Ho detto a sinistra, lettore.

Io invece, tirai su dritto.

Dovete capirmi, o almeno tentare; in fondo ( adesso in fondissimo, ma allora eran passati meno anni) ero un ingegnere nucleare, mi avevano inculcato fine nelle viscere la via diretta alla soluzione, possibilmente in fretta e senza troppi giri cervellotici. Intuito, calcolo rapido, ragionamento, soluzione. Se consegnavi in fretta e giustamente, c’era il 30, e talvolta anche la lode. Se ti perdevi via, era sempre molto meno.

Funzionava anche in parete?

Neanche avevo visto prima la protezione successiva, che poi era uno spit. Che forse nel suo intorno uccide l’alpinismo etc etc, ma l’intorno, si sa dalla matematica, ha delle condizioni su di esso, e soprattutto fuori di esso E’ UN’ALTRA COSA.

Per il traverso che avevo fatto, la situazione, qualche metro dopo, era che io mi trovavo a circa un metro e mezzo sotto tale spit, con sotto invece solo roccia immacolatissima e vuoto, e poi cengia molto molto sotto, dove in sosta c’erano gli amici. La fessura? Intravista, soprattutto non protetta. E quello che mi restava da fare?

Un classico, odiosissimo passo stile placca angelone, o anche placca mellica, in certi casi il ratikon ha un calcare maledettamente liscio. Aderente, ma che ne sai quanto? Piede sta dove mano tiene? Senza prese, vammelo a dire.

Come, tutti i tiri dell’Angelone fatti e strafatti, e stai lì a rognare?

Eccola, la placca, in una foto di marcel Dettling

http://1.bp.blogspot.com/-7bq3jsfq9Hg/TsLjmrE5GjI/AAAAAAAAAns/pS-eMRQjDWM/s1600/DSCN2577.JPG

Di insegnamenti, da quella ora e mezza che stetti lì ad alzare o una gamba o l’altra, ne potete derivare molti, ( avete letto un’ora e mezzo. Non è un refuso ). Ad un certo punto mi venne da piangere, unica crisi nervosa vera della mia vita sulla roccia. E un Padre Nostro, anche. Cose così.

Poi feci quel maledetto passo, che era sul 6b, ma sono quei passi senza prese che ti azzerano qualunque forza ti possa venire in aiuto. E ovviamente poi mi calai, e su Achtibahn non ci tornammo più. L’amicissimo Rossano Libera, quando gli raccontai la storia, andò a farla molti anni dopo, con un livello ben diverso da quello che avevo allora, e mi disse, forse è meglio che ti sei calato lì. E anche questa è una morale…

E comunque io e lo zar, non molte settimane dopo, ricaricate le pile, eravamo al Wenden.

E che cavolo, dopo Achtibahn, cosa poteva essere peggio? Questa volta eravamo armati di Friends fino ai denti, persino qualche nuts, e poi scolpita sulla tempia una frase coniata dallo zar su Angelo Blu, una frase storica, che sempre mi ha accompagnato, e che vale per tutte le vie di un certo tipo. Fabio, ricordati che ogni volta che abbandoni lo spit, qui prendi una decisione importante.

Me l’aveva detta dopo un po’ di quei voli dai dieci metri in su, e voleva dire tante cose. In ogni caso, noi al Wenden non volevamo volare. Anzi..

Si era letto di sentiero pericoloso e indelebilmente esposto, che volete che vi dica? Avete presente quando si traversa il torrentello circa 30′ dal parcheggio? Rimanendo su traccia ben segnata?

Beh, se avevano scritto avvicinamento pericoloso ed esposto, mica dovevamoc ercare una traccia, no? E quindi, tirammo su dritti. Su quella paretina di granito che fa parte dello zoccolo, dove lo zar mi disse: qua è più duro ed esposto di tutte le vie fatte nelle dolomiti, e la roccia è pure più marcia.

Ma naturalmente poco più in là c’era un sentiero ovvio. Altra lezione: comincia a ragionare anche durante l’avvicinamento!! Ma siccome la vita è un canneto e se non sei una rana gracchiare serve a nulla, ce la cavammo pure lì.

Avevamo scelto la combinazione Inuit-Starws away, ora un classico e da me inventata perchè, semplicemente, lo Svab ci aveva detto che Inuit dopo un po’ diventava non da Wenden.

Inuit…l’Erik Svab mi aveva detto che era stata la loro prima via, lui e Sterni. Marco Sterni, fuoriclasse di Trieste. Che appena alzatosi da terra, aveva detto, questo passo non ha nulla da invidiare al chiave del Pesce.

Com’era il chiave del Pesce non lo sapevo, ma soppravvissuti al 6a marcio dello zoccolo con zaino e scarponi ( più avanti avrei capito che nulla è come le scarpe basse se non c’è neve) arrivò l’altro bastone di quel passo; e poi del celebre arrivo in sosta, quella fessura che come-cavolo-si-fa-a-proteggerla, insomma il primo incontro scontro con il Wenden. Al parcheggio c’era una coppia, l’Aristide e la Fulvia, secondo me la coppia da parete più forte d’Italia e non solo, parlottando la sera venne fuori che l’Aristide aveva fatto un incalcolabile numero di vie dure su tutte le Alpi ( compagno di Luciano Barbieri ), alpinista con i controfiocchissimi e scalatore di gran classe, e lei una macchina da guerra sulle placche e non solo, e l’Ari, quando gli illustrammo i vari progetti che coinvolgevano tutto l’arco alpino ci disse, lascia perdere, una via qui è come dieci dalle altre parti. Fai queste qui, tutto il resto mancia. Mancò poco che lo zar mi svenisse dal parcheggio…

Questa la chiudo qui: la prossima sarà l’ultima, comprenderà Gianluca perchè è giusto anche se dolorosissimo, il tiro dello scafoide e l’inizio di Portami Via. Poi basta.