domenica | febbraio 19, 2017

Una storia di uomini e montagne

ENGLISH VERSION: http://ragnilecco.com/story-of-ragni-di-lecco/

Di Fabio Palma

E’ una storia di uomini e montagne quella che stiamo per raccontarvi, ma anche la storia di una città, in cui un gruppo nato anche per ritrovarsi insieme all’indomani della tragedia della seconda guerra mondiale diventa il simbolo e l’orgoglio di Lecco. Non vi potremo raccontare tutto, anzi tantissimo non sarà citato, ma sessanta anni sono tanti ricordi gia’per una persona, e quindi una miniera di fatti per un gruppo. Certo qualcosa che non immaginavano i fratelli Bartesaghi, Giulio e Nino, veri trascinatori, che con Franco Spreafico “Piccolo”, Emilio Ratti “Topo” e Gigino Amati trovarono l’ispirazione per uno stemma divenuto leggendario, un ragno a sette zampe, mentre forse il nome stesso derivò dalla felice definizione del leggendario Tito Piaz, che vedendo arrampicare Gigi Vitali esclamo’ :” arrampica come un ragno!”.

 

Oggi Pian dei Resinelli è soprattutto uno spazio di fuga dalla pianura quotidiana, ma allora era qualcosa di più, fin dai primi tornanti si respirava l’avventura. Lecco stessa finiva molto prima e le guglie della Grigna apparivano come remote colonne d’ercole. La distanza non iniziava da un casello autostradale, ma già a pochi kilometri dal lago. Per questo il senso del mistero era visibile dalle finestre della città, col Medale, e non lontano in linea d’aria la Segantini e la sua cresta ancor oggi, d’Inverno, severa, e il muro del Nibbio che già consentiva i primi gesti estremi.

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Nibbio2

Estremo, oggi, è sinonimo di incoscienza, ma allora era un vanto, la meta cui tendeva una ristretta elite di pionieri .

Con le pareti delle Grigne ancora da esplorare i quattro fondatori e i primi soci trovarono subito il modo per cementare unione e aspirazioni, ma già un anno dopo, nel 1947, il gruppo ebbe l’idea di organizzare un campeggio a Misurina, ad appena un’ora di cammino dalle tre cime di Lavaredo, già allora testimoni di pietre miliari della storia dell’alpinismo. Un campeggio all’insegna del risparmio, viste le condizioni economiche ancora figlie del dopoguerra, e che vide le prime salite e perfino i primi incidenti; un campeggio che alimentò lo Spirito del gruppo convincendo i primi membri che anche fuori dalle pareti di casa si potevano compiere belle salite e anche qualcosa di più.

Le salite sulle montagne più famose consentono incontri con alpinisti, anche stranieri, famosi, e il confronto stimola i migliori ad avere ambizioni sempre maggiori; quando Anghileri e Snapitus osservano attoniti Hermann Buhl salire in solitaria velocissimo la via Cassin al Badile, al ritorno in città nella prima riunione del gruppo lo stupore è enorme. E’ dai migliori che sempre deriva l’incentivo a guardare oltre i propri orizzonti, e da una leggenda vivente come Buhl non si poteva che ampliare le proprie visioni. Giudici, Mauri, Redaelli e Piazza ripetono la via che Bonatti aveva aperto nel 1955 sul pilastro del Petit Dru, nel gruppo del Bianco.

Nel 1956 Mauri parte dall’Italia per il Monte Sarmento, in terra del fuoco, e raggiunge la vetta nel Marzo dell’anno dopo insieme alla guida di Pinzolo Maffei. E’ una tappa storica importante, perché sempre, da quel momento, Lecco si sentirà legata all’estremo SudAmerica nella sua crescita alpinistica.

 

La consacrazione a livello nazionale è confermata dall’invito ufficiale del CAI per la vetta del Gasherbrum IV a Mauri e Cassin; Bigio e Bonatti, della spedizione, saranno i primi a raggiungere la vetta. Sull’esile vetta del “quasi ottomila” il gagliardetto dei ragni sventola assieme alla bandiera nazionale. Sono anni in cui la montagna era ancora, per la gente, emblema di lotta, di rinascita, di conquista. Una sorta di amica-nemica, comunque qualcosa da conquistare, anche se con rispetto. E la gente guardava agli alpinisti come testa di ponte delle loro ambizioni. Non erano inutili nelle loro ascensioni remote, perché dimostravano che si poteva andare oltre al normale, e questo poteva essere vero anche nella vita di tutti i giorni.

 

Nel 1961 Riccardo Cassin ha 52 anni ma è ancora in forma; ovviamente, però, l’idea esagerata di salire l’inviolato e freddissimo Mc Kinley, in Alaska, ha bisogno di capocordata giovani e fortissimi. Alippi, Zucchi, e Perego sono fra i più forti in circolazione, e a loro si uniscono anche Airoldi e Canali  Ne nasce una via lunghissima, di tremila metri, incredibilmente salita da tutti i membri della spedizione, con Alippi, Zucchi e Perego giganteschi, sullo sperone Sud, che strappa un telegramma di congratulazioni perfino al Presidente Kennedy. Temperature fino a -40 gradi centigradi, su una montagna che per l’instabilità meteorologica è ancora più severa della maggior parte dei colossi dell’Himalaya. Il noto settimanale americano LIFE dedicherà la copertina e ben dieci pagine alla salita, che viene salutata con entusiasmo in tutte le comunità italiane d’America. Alcuni di loro, come Perego e Zucchi, si defileranno dai riflettori, pur avendo avuto ruolo primario e fondamentale. Sono anni, quelli, in cui l’alpinismo aveva ancora un posto importante nell’immaginario popolare. Per i Ragni è un momento storico importante perché dà una dimensione internazionale al gruppo ampliando anche i legami con alpinisti americani. Perfino oggi, a decenni di distanza, quell’impresa è sempre citata nella storia dell’alpinismo in terra americana, e per i Ragni è la definitiva maturazione e la consapevolezza di essere ormai parte dell’elite mondiale.

 

Gli anni sessanta continuano con la prima italiana all’Eiger, di Acquistapace e Perego, nel 62, ma, soprattutto, i nomi che poi renderanno straordinari gli anni ’70 entrano nel gruppo e acquistano livello tecnico sul Badile, nelle Dolomiti, con ascensioni spesso record per velocità e stile. L’attività di Romano Perego, ragazzo mite e di poche parole, ma dalla grandissima forza, è impressionante: a 29 anni, nel 1963 può fregiarsi delle tre grandi Nord delle Alpi (CervinoEigerGrandes Jorasses), subito dopo Rebùffat.

Negli anni 60’ le ascensioni nelle Alpi si fanno ovviamente sempre più impegnative, ed inizia anche l’avventura delle Invernali. Affrontare vie ormai note e ben superabili in Estate diventa una sfida nuova e a volte drammatica in Inverno, e ne è esempio la salita di Lanfranchi, i fratelli Rusconi e Chiappa alla via delle guide al Crozzon di Brenta, con una discesa epica e in condizioni Himalayane. Un esempio, questo come tanti altri della storia del gruppo, che dimostra ai più competenti che l’avventura è anche a poche ore di macchina da Lecco, se ci si guarda attorno con curiosità e spirito innovativo. Angelo Zoia, per esempio, è attivissimo, così come Mario Conti ( i due scalano spesso insieme), e guardando al decennio successivo non possiamo che concludere che i due si stavano facendo le ossa per poi esportare il proprio talento sulle montagne di tutto il mondo.

 

Il nuovo decennio si apre con tantissime nuove salite e un primo tentativo in Patagonia al Cerro Torre; molti dei nomi entrati nel gruppo a metà degli anni ’60 sono ormai alpinisti con un curriculum invidiabile, spesso arricchito da solitarie, invernali, spedizioni all’estero e, perché no, anche sconfitte e ritirate. Alpinisti che sono usciti indenni da molti tentativi, le cui mani hanno ormai tastato rocce e vie di ogni tipo, conformazione, lunghezza. Si respira, in citta’, che i migliori sono pronti per qualcosa di eccezionale, e forse per tradizione e affinita’ l’occhio cade spesso sulle cartine del sudamerica.

Il 1974, ormai, è per Lecco e non solo l’anno del Cerro Torre. Con la controversa salita di Maestri ed Egger nel 1958 e la salita di Maestri nel 1970, arrestatasi al di sotto del fungo di ghiaccio, il Torre rappresenta il simbolo dell’inviolabilità e della leggenda. Una sagoma altezzosa, quasi femminile, slanciata in un cielo raramente generoso verso gli alpinisti che ne tentano la salita. La spedizione vede i Ragni affrontare difficoltà logistiche gigantesche, con Casimiro Ferrari incredibile capospedizione e motivatore, e Gigi Alippi formidabile calmiere di inevitabili discussioni. Alla fine la cordata decisiva è composta da Casimiro Ferrari, capocordata per quasi tutti i tiri, Mario Conti, anche lui leader di cordata negli ultimi tiri, Pino Negri e Daniele Chiappa, che seguono in jumar recuperando il materiale,  che salgono la cima dopo due mesi di assedio e trentasette lunghezze di corda. Tre anni dopo, degli americani ripeteranno la via in tre giorni, grazie forse a una nuova mentalità ma anche a più moderne tecniche di salita di ghiaccio, ignote nel 1974. Con gli anni la stampa americana e inglese metterà sempre più in dubbio la salita del 1958, e oggi la maggior parte degli alpinisti del mondo considera la salita dei ragni la prima ascensione di questa montagna straordinaria. Al di là di polemiche mai sopite e anzi forse oggi ancora più violente che in passato, resta la grande impresa del 1974, che la città di Lecco accolse con una emotività fortissima, tanto che il Cerro Torre è sempre stato considerato quasi un pilastro appartenente al gruppo delle Grigne e non una remota guglia lontana un oceano.

 

Il decennio anticipato dal ’68 vede i giovani ridiscutere i valori con i genitori e famiglie che ascoltano i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Doors e i PinkFloyd, non piu’soltanto musica leggera. I capelli lunghi entrano nelle fotografie degli alpinisti, forse anche per influenza delle prime foto da Yosemite, o per primi segni di stacco con l’alpinismo classico, o semplicemente perché la società sta davvero cambiando e chi va in montagna ne soffre a volte le costrizioni sfogando anche in montagna qualche disagio.

 

Il SudAmerica affascina, più dell’Himalaya, forse per la cultura dei luoghi, più latina e vicina alla nostra sensibilita’. In Perù, Ferrari, Negri, Zoia, Borgonovo, Castelnuovo e Liati arrivano in cima al fantastico Alpamajo, quasi seimila metri le cui canne d’organo ghiacciate conquistano i fotografi di tutto il mondo.

Particolare curioso e importante, gli stessi salitori inventarono dei chiodi da ghiaccio particolari e i cosìddetti corpi morti, zanche da fissare nel ghiaccio e nella neve molle, per vincere la verticalità nevosa di questa montagna. In questo caso, la tradizionale ingegnosita’ e operosita’ lecchese si fonde con la tecnica alpinistica e permette ai ragni di conquistare quella sfuggente piramide. L’estetica della via mette quasi in secondo piano la conquista della vetta, che ancora in quegli anni era comunque essenziale per considerare felice una spedizione alpinistica.

 

Sempre nel 1975 una di alpinisti che potremmo già definire moderni sale l’imponente Cattedrale Grande del Baltoro, una delle muraglie di roccia più belle del mondo e ancora oggi obiettivo alpinistico di grandissimo spessore. E’ un segnale, questa salita, che l’alpinismo poteva evolversi anche su montagne tecnicamente difficili, di quota inferiore alla più famosa ottomila ma spesso globalmente più impegnative. I numeri, al ritorno, parlarono di sesto grado e A2 in artificiale, e fu quella una delle più grandi salite mondiali del momento.

Nel 1976 Casimiro Ferrari legge nell’inviolato pilastro Est del Fitz Roy un’altra storia da consegnare al futuro e in qualche modo chiude un triennio straordinario per il gruppo.. La linea, bellissima, è sotto assedio da anni da parte di diverse cordate. I Ragni ci danno dentro (guardate sul nostro canale youtube cosa si inventarono per il trasporto materiale) e sarà infine lui stesso, insieme al cugino Meles, ad arrivare in vetta ad una delle montagne dal profilo più bello che si possa immaginare, e da quel momento Ferrari sarà, anche per le riviste internazionali, il Re della Patagonia. Anche qui non mancarono gli scontri proprio fra Ferrari e il resto dei componenti del gruppo, che lasciarono la spedizione anzitempo. Per dare un’idea della tenacia di Casimiro, nel tentativo finale si ruppe i denti in un volo e chiese a Meles di masticargli il cibo…

 

Dopo questo triennio incredibile, c’è un pò di pausa, anche perchè il carattere di Casimiro, leader indiscusso, non è tra i più semplici, e organizzare altre spedizioni diventa più complicato. Così si scala più spesso nelle Alpi, con alcuni nomi nuovi, come Ben Laritti, sugli scudi. L’avvento del free climbing genera anche un pò di frastornamento sul come salire le vie di roccia, e nel lecchese arrivano le prime vie pensate per la scalata in libera. Un approccio possibile anche in montagna? Sembra tutto più complicato, ma proprio Ben Laritti si trova a scalare con Luisa Jovane e Mariacher, vede da vicino Manolo, e riporta nel lecchese alcuni dubbi.

TOUR ROUND BEN TONI LUISA JOVANE 24 - 7 - 76

Passa qualche anno, e nel 1984 lo stesso Miro lancia i giovani Vitali e Aldè alla salita del Cerro Murallon, una montagna che, nonostante la quota inferiore ai tremila metri, per l’isolamento e le condizioni meteorologiche è da tutti considerata una delle sfide alpinistiche moderne. Quando i fuoriclasse Glowacz e Jasper, nel 2005, riusciranno al termine di tre anni di tentativi a salire una via moderna estrema su questo colosso patagonico commenteranno pubblicamente con grande ammirazione la salita dei ragni di così tanti anni prima.

 

L’anno dopo Aldè è insieme a Ferrari, Maresi, Panzeri, Lombardini Valsecchi sulla cima dell’Ama Dablam, un quasi 7000 metri dell’ Himalaya, una montagna per esteti per la sua bellissima configurazione. Un segno, questo, anche di gusto nella scelta delle spedizioni.

Il 1986 è l’anniversario dei 40 anni di storia del gruppo. Sono ormai tanti, rispetto al passato, gli alpinisti del gruppo capaci di distinguersi nel mondo. Il fascino del free climbing ha ormai avvinto gli scalatori con lo Spirito più innovativo, e nelle Alpi vengono salite e ripetute vie con sempre meno artificiale. Questa dirompente rivoluzione porta gli alpinisti con la mentalità più alta a guardarsi con umiltà e a rinnovarsi nello stile e nell’etica, così da affrontare le montagne e le pareti con la voglia di salirle pulite e senza trucchi. L’estetica trionfa nell’ascensione dell’Aiguille Poincenot, 1700 metri di grande eleganza finale in cui si supera anche il sesto grado superiore, mentre la vigilia di Natale 86 è salutata dai Ragni dalla cima della Torre Centrale del Paine, 850 metri fino al VI grado e con A3 di artificiale.

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Il 24 Dicembre 1986 i Ragni di Lecco compiono un’altra grande salita, e che sia qualcosa di grande viene confermato nel 2010, quando il fuoriclasse R. Jasper annuncia che il suo team di tre alpinisti ha effettuato la prima salita della Nord del Sarmiento. E invece, appunto, anche se con team di più alpinisti ( ma con meteo decisamente peggiore e per una linea più diretta), tale prima salita è compiuta proprio dai Ragni

 

Nel 1988 Paolo Vitali, figura essenziale del decennio, guida un piccolo ma determinatissimo gruppo nell’isolata Sosbun Valley, tracciando una via di millequattrocento metri con difficoltà fino al sesto grado superiore. Un’ulteriore prova di gusto e amore verso le spedizioni leggere e isolate piuttosto che la rincorsa ad obiettivi più noti, ma raggiunti con lunghi assedi di stampo militare. Una salita così anticipa di anni la tendenza dell’alpinismo moderno, sempre più a disagio nell’affrontare le montagne con troppe persone e troppo dispiego di materiali.

Nello stesso anno Ferrari conduce un altro gruppo all’oramai consueta Patagonia e si avventura in territorio cileno. Vuole vedere da vicino, e magari salire, il misterioso Cerro Riso Patron, 3000 metri avvolti perennemente nelle tempeste, e circondati dall’infinita distesa del ghiacciaio Continental. Con temperature fino ad oltre -33 gradi, la spedizione si accampa alla base della muraglia, salendola con enorme emozione. Poi riusciranno ad attraversare in sei giorni l’immenso ghiacciaio, in un’avventura per tutti indelebile.

Nel 1992 quattro Ragni salgono velocissimi, grazie ad una tecnica di arrampicata ormai elevata e consolidata in falesia, la Torre Nord del Paine superando difficoltà di settimo grado, ormai chiamate 6b per la diffusione della scala francese, giustamente più idonea a definire le difficoltà tecniche del free climbing.

 

Nel 1993 il giovane Lorenzo Mazzoleni tenta con il bergamasco Moro l’invernale della via Messner sulla Sud dell’Aconcagua. Mazzoleni è giovane, forte, e ambizioso. Dopo l’esperienza al Cho Oyu del 1988, guidata da Conti, anche l’Himalaya diventa meta usuale per l’alpinismo lecchese. Lorenzo ha già salito l’Everest, con ossigeno, nel 1992 insieme a Mario Panzeri, terzo italiano a raggiungere la vetta del mondo senza ausilio di ossigeno. Con il fratello di Mario, Tore, costituiscono il nucleo di un gruppo di specialisti dell’alta quota invidiato ovunque. Lorenzo con altri Ragni tenta il K2 nel 1996, in una spedizione che aveva anche obiettivi scientifici, organizzata per il cinquantesimo di fondazione. In cima, senza ossigeno e con soli tre campi, giunge con i fratelli Panzeri e Maggioni. Ma Lorenzo muore in discesa; non il primo alpinista del gruppo a perire in montagna ma certamente, per carisma, età, aspetto fisico, una morte che colpisce la città in maniera particolare. Un tributo altissimo ad una passione comunque impossibile da soffocare, ma che forse subisce in città quasi un rallentamento proprio a causa di questa tragedia.

 

La metà degli anni ’90 vede nel mondo i migliori affrontare i colossi dell’Himalaya in stile sempre più leggero e le Big walls con sempre piu’ arrampicata libera. Quello che è già esploso nelle Alpi ora si diffonde a quote più elevate e lontano dagli avamposti della civiltà Il concetto di velocità rompe con la tradizione secolare dell’Alpinismo, dove la lentezza era associata al gusto, anche, del guardarsi indietro. Oltre le nuove frontiere dell’Alpinismo la velocità è sinonimo di sicurezza, è come se in montagna non si avesse più tempo per ammirare il paesaggio e le sensazioni derivassero, piuttosto, dal percorrerla con stile e rispetto. E irrompe la concezione della VIA, che diventa perfino più importante della vetta.

 

Così andare per le montagne del mondo alla ricerca di grandi pareti, dove spingere al massimo la libera sulle alte difficoltà, diventa il nuovo obiettivo principale dell’attività alpinistica del Gruppo con l’arrivo di nuovi ragazzi autori nelle Alpi centrali di aperture di rilievo europeo.
L’idea si concretizzò la prima volta nella spedizione del 2001 nel Karakorum Pakistano, con una via nuova di altissima difficoltà , sul monolite dell’ OGRE THUMB, e poi con la spedizione algerina del 2002 alla GARET EL DJENON durante la quale fu aperta la via Mariolino fotonico, con addirittura un otto a, decimo grado, in parete. I giovani cominciano anche a riabbracciare un’antica consuetudine del gruppo, quella di portare dalle spedizioni materiale fotografico e video. Trasmettere ai ragazzi e a tutti gli altri componenti del gruppo le sensazioni ricavate nei viaggi più lontani diventa quasi un obbligo morale.

 

E si ricominciano a studiare carte e riviste alla ricerca di nuove pareti, mentre in Himalaya Daniele Bernasconi, alpinista davvero completo, si prepara a salire l’Annapurna con gli esperti Panzeri e Merelli. I tre arriveranno in cima in condizioni spesso difficili, e si ripeteranno sul Makalù nel 2006, sempre in condizioni proibitive. E’ difficile, oggi, fare qualcosa di innovativo sugli ottomila, spesso affrontati ancora con l’uso dell’ossigeno e abbondanza di corde fisse e portatori. Il trio dei Ragni si distingue per l’intransigente rifiuto dell’ossigeno e la velocità di salita, tanto che non è difficile pensare ad obiettivi ancora più ambiziosi, come l’apertura di nuove vie a quelle quote o la riuscita su concatenamenti ancora destinati a pochissimi nel mondo.

 

Nel gruppo si osservano due anime distinte, quella dei rocciatori puri e quella di chi si trova a suo agio ad alta quota. L’Alpinismo è una disciplina complessa, forse l’unica che si muove in ambienti così diversi, dal mare ai deserti alle altissime vette. Al giorno d’oggi l’alpinismo di punta si caratterizza per una specializzazione esasperata ed e’ impossibile la polivalenza a certi livelli.

 

Su roccia, nel 2004 Pedeferri riesce sugli incredibili 800 metri di JoyDivision, in Qualido, la via di granito più difficile d’Europa, e l’anno dopo con Ongaro e con compagni è in Cile dove ripete velocemente e a vista numerose vie e soprattutto apre i settecento metri di Nunca Mas Marisco, straordinaria linea estrema di granito. Un exploitevidenziato anche dalla stampa straniera, e che stimolerà altri scalatori del gruppo a prepararsi per l’anniversario del sessantesimo dei Ragni.

 

Nel celebre massiccio svizzero del Wenden viene aperta la prima via italiana della zona, Portami Via, linea impegnativa e pericolosa, caratteristiche anche di Prigionieri dei Sogni, aperta invece nelle Grigne da Selva. Queste due linee combinano alta difficoltà, rischio ed etica, ed introducono il manifesto di Liberi in Libera, volonta’ del 2006 di aprire vie in arrampicata libera sulle grandi pareti del mondo. Nascono molti itinerari nelle Alpi e nel mondo, e soprattutto Qui io vado ancora, 540 metri estremi ad oltre quattromila metri nell’isolata valle di Rurec, in Perù.

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Simone Qui io vado ancora PERU 1
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Fabio Palma QUI IO VADO ANCORA DSCN3914
Qui io vado ancora Punta Numa tracciato
Qui io vado ancora

 

In Primavera, Ongaro e il giovane Matteo Bernasconi salgono con i forti amici Barmasse e Lanfranchi l’inviolato pilastro Sud Ovest del San Lorenzo, una montagna patagonica di ciclopiche dimensioni, in ambiente spesso allucinante. La salita, in perfetto stile Alpino, è una delle salite di misto dell’anno a livello mondiale. Un’attività, quella del 2006, così intensa da suscitare estremo interesse anche all’estero con articoli su tutte le riviste europee e americane più importanti.

 

Ora, sapete, c’è un collante fra le ultime immagini e le prime…ed è la coscienza di appartenere a un gruppo, e l’alpinismo, che è isolamento, rompere i legami e le regole, perfino talvolta estraniarsi dalla società sia pure soltanto per momenti, sembra proprio in contrasto con il concetto stesso di gruppo. E poi ci sono i caratteri personali, scintille di personalità spesso spigolose e comunque poco disposte a passare in secondo piano. Allora forse ciò che da sempre rende questo gruppo vivo, e vorrei dire giovane, è l’orgoglio di appartenere ad una storia ricca, quasi un senso del dovere verso ormai sei generazioni che sempre hanno voluto saltare la recinzione del normale. Come se essere ragno di Lecco e indossarne il maglione rosso fosse qualcosa di speciale, anche da raccontare, così che una città ne sia orgogliosa, un giovane attratto e stimolato, e anche la persona che la montagna la veda soltanto impari, da noi, a cogliere le emozioni nella vita di tutti i giorni.

Dal 2006 in poi

L’attività dei Ragni di Lecco dal 2006 al 2014 è stata, per certi versi, stupefacente, grazie anche all’ingresso di nuovi soci. Dopo un’intensa attività sulle Alpi e ottime trasferte internazionali, è arrivato il progetto della Ovest della Egger, con Matteo Bernasconi e Matteo Della Bordella a tentare l’ultima big wall inviolata della Patagonia: un’impresa poi diventata epica e fondamentale per la storia del gruppo e la sua rivalutazione a livello internazionale, con picchi di popolarità uguali ai massimi passati, e forse superiori in termini numerici grazie all’apporto di social, video, etc. Impossibile citare tutte le vie aperte precedentemente alla Egger, ma è anche impossibile non menzionare almeno le seguenti

La via nuova al Gasherbrum II di Daniele Bernasconi, insieme al compianto Karl Unterchircher e Michele Compagnoni

La via Coelophysis al Wenden, di Della Bordella, Palma e Selva. Nel 2014, una foto di Tommy Caldwell su questa via è diventata extreme photo of the week della National Geographic, registrando centinaia di migliaia di visioni

 

 

La via nuova al Cerro Piergiorgio, fino a quel momento inviolato, di Barmasse, Brenna, Ongaro ( si veda la sezione Spedizioni), con capo spedizione Mario Conti. Una via sognata da Casimiro Ferrari sin dai primi anni ’90, e che ha visto un numero incredibile di Ragni spendersi inutilmente per più spedizioni nel tentativo di raggiungere la cima

 

 

Le vie nuove in Groenlandia, nel 2009 ( si veda la sezioni Spedizioni), pubblicate sull’American Alpine Journal e che hanno visto Della Bordella e Pedeferri aprire a vista e in stile alpino vie molto difficili, con uno stile che comincia ormai ad affermarsi fra i migliori alpinisti su roccia del mondo, come Favresse, Villanueva e Houlding

La via in Messico che Della Bordella apre insieme a Baù, esportando lo stile Wenden per una linea difficile e naturalmente psicologica

http://ragnilecco.com/17-02-2010-messico-nuova-via-per-bau-e-della-bordella/

 

La vie estreme del Canton Ticino, di Della Bordella ( con l’amico ticinese Auguadri ), il Mito della Caverna e Non è un paese per vecchi, con obbligati fino al 7c e chiodatura a pochissimi spit e complicati nuts e friends, su alte difficoltà

 

 

La via Infinite Jest, al Wenden, di Della Bordella e Palma, per la quale è stato anche fatto un film oggi distribuito da Cinehollywood nel dvd Le grandi prime dei Ragni di Lecco ( si vedano anche video e trailer del nostro canale youtube)

 

 

e poi naturalmente la lunghissima avventura della Ovest della Egger, che merita un libro a parte, e che dopo tre anni ha visto nel 2013 la prima salita di questa pericolosissima e inviolata big wall della Patagonia, obiettivo di tantissimi alpinisti. Salita che era stata sfiorata per un niente nel 2012 da Matteo Bernasconi e Della Bordella, con un finale da thriller e decisamente fortunato nella sfortuna (si veda in spedizioni). Alla fine nel 2013 sono Della Bordella e Schiera a concludere questa nuova epopea, con una variante di sei tiri rispetto al 2012, evitando lo spaventoso tetto finale dell’anno precedente.

Questo successo e quello di pochi mesi dopo sulla maestosa Uli Biaho, nel Pakistan, ha reso il 2013 particolarmente speciale, e insieme indimenticabile, per la storia dei Ragni. Nella sezione spedizioni vi invitiamo a leggere con calma questi due successi ma anche le storie del Cerro Murallon, del Cerro Torre, del Piergiorgio, del Mc Kinley, del Sarmiento, che insieme a Baltoro del 1975 e Fitz Roy del 1976 sono assolute pietre miliari del gruppo.

http://ragnilecco.com/category/spedizioni/

 

senza dimenticare ovviamente le importantissime ripetizioni o prime salite sulle Alpi italiane, o addirittura in territorio lecchese, come le recenti Via del Det sul Sasso Cavallo, le ripetizioni di Carnati-Spreafico in dolomiti, quelle di Della Bordella e Palma in Dolomiti, Francia e Svizzera, le aperture in Wenden, le ripetizioni nelle ere passate nelle Alpi Occidentali (a partire da quelle del grande Romano Perego insieme all’amico Mellano).

 

 

Nel febbraio 2014 in Patagonia il trio composto da Matteo Della Bordella, Luca Schiera e Silvan Schuepbach, quindi lo stesso trio della grande salita della Uli Biaho,  sale un concatenamento tra il Filo del Hombre Sentado e la via Californiana al Fitz Roy, ne risulta una via lunga 1800m di roccia e misto.

Pochi giorni dopo sempre gli stessi salgono in giornata e a vista Can Accompany Only, un’importante variante alla classica Chiaro di Luna, sulla Aguja Saint-Exupery.

Nel giugno 2014 Luca Schiera e Silvan Schuepbach aprono una via in stile tradizionale in un settore ancora inesplorato del Wendenstöcke, mentre Della Bordella riesce nella salita in libera della via Lecco sul Grand Capucin, 300m fino all’8a+.

A luglio 2014 Matteo De Zaiacomo e Luca Schiera aprono a vista una via di 700m nella Aksu valley in Kirzighistan, con difficoltà fino al 7b, in 22 ore di stile alpino e free climbing, salita che viene giustamente esaltata dalla stampa mondiale per lo stile abbinato all’alta difficoltà. Schiera sale poi una via nuova in solitaria nella stessa valle, e il duo compie anche la prima ripetizione in libera di una via russa. Una spedizione, questa, che entra di diritto fra le più importanti della storia del gruppo, con meno di 45 anni in due a salire nello stile più moderno e pulito possibile pareti enormi.

Durante l’estate Simone Pedeferri sale in libera La Divina Commedia, una linea di arrampicata sportiva all’interno della grotta del Buco del Piombo, Erba, sei tiri fino all’8b+.

Ad agosto l’incontenibile Matteo Della Bordella la fa veramente grossa e leggendaria:  insieme agli svizzeri Silvan Schuepbach e Christian Lederberger apre a vista e in stile capsula una nuova via sullo Shark’s Tooth in Groenlandia, dopo un lungo avvicinamento tra i fiordi in kayak ( 210km!) e 25 km a piedi. La via, di 900 metri e fino al 7b+, è una delle più grandi realizzazioni alpinistiche di tutti i tempi in questo stile (stile alpino, arrampicata libera a vista), ma anche un’avventura senza precedenti.

Nell’inverno 2014-2015 sono Della Bordella, Schiera e il neoragno Gianola a partire per un’altra grande sfida: la prima ripetizione, ma con l’idea di salire in libera e anche di ripulire da kg e kg di vecchio materiale (soprattutto scalette), della ormai leggendaria via dei Ragni del 1977, sulla Est del Fitz. Una via che col tempo (proprio come quella del Murallon), si è rivelata decisamente immortale e leggendaria, visto l’assenza di ripetizioni nonostante qualche tentivo. Della Bordella e Schiera arrivano a 750 metri, poco più della metà della colossale linea (una delle vie di roccia più lunghe e difficili al mondo, paragonabile a quelle nel gruppo di Trango), ma un malanno dell’amico Silvan Schupbach li fa saggiamente decidere per la ritirata. Obiettivo enorme e ancora aperto, quindi, e comunque parzialmente riuscito, visto che ben 37kg di materiale sono stati portati via dalla parete, di fatto pulendo la via per il futuro. E a parte questo tentativo e semi-risultato, nella sezione spedizioni potete leggere cosa comunque sono riusciti a fare i tre ragni.

Infine, ecco il trailer di un film che riporta molte storie ed aneddoti, e che sarà distribuito in tutta Italia da Ottobre 2015 da RCS