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Sasso Cavallo – foto by Riccardo Mojana

Avevo già anticipato molto di questa via in questo mio post di dicembre, quando posammo l’ultima sosta. Allora però la nostra avventura non si poteva dire conclusa; gli addetti ai lavori lo sanno bene: terminata la via, mancava ancora la sua salita in libera.

Per fare un breve riassunto si può dire che la storia di questa via inizia nel settembre 2013, quando Eugenio Pesci, grande conoscitore delle Grigne e persona di cui avevo sentito parlare diverse volte, ma vista di sfuggita in una sola occasione, mi propone di aprire insieme una via al Sasso Cavallo. E’ sua l’idea, l’intuizione della linea, l’ispirazione. Si può quasi dire che all’inizio di questa storia lui sia stato la mente e io l’(avam)braccio. (Anche se poi sulla via le braccia le ha dovute mettere anche lui e la mente l’ho dovuta mettere anch’io).

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Sempre per farla breve possiamo dire che già conoscevo la qualità della roccia del Sasso Cavallo, a mio avviso senza dubbio la migliore di tutte le Grigne e il mio obiettivo, la mia visione, il mio sogno era portare lo stile con cui avevo aperto in Wenden sulle pareti “di casa”: arrampicata libera e difficoltà obbligatorie su calcare compatto ed aderente. Volevo creare una via, non pericolosa, ma ingaggiosa ed emozionante, dove ti devi guadagnare ogni metro, una via a spit ma con carattere ed avventura, una via per la quale avrei potuto dire a un Rolando Larcher (tanto per fare un esempio di nome che per me è anche un riferimento in questo stile di apertura) “dai vieni a provarla e non ne resterai deluso”. Solo il tempo (e i ripetitori) potranno dire se questo obiettivo è stata raggiunto o meno, ma personalmente sia io che Eugenio ci possiamo ritenere molto soddisfatti della via e dell’esperienza vissuta.

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Facendo un parallelo con le vie del Wenden, potrei dire che la roccia del Sasso Cavallo è in generale un po’ più generosa. Mi spiego meglio: quando sono arrivato per la prima volta (ed anche le volte successive) sotto il primo tiro sono subito rimasto impressionato ed anche un po’ intimorito, dall’ambiente e da cosa mi aspettava. Con il groppo in gola e un po’ di circospezione mi sono fatto avanti fin sotto la parte strapiombante, dove ho subito pensato che avremmo dovuto essere molto fortunati per riuscire a passare con uno stile pulito (ovvero evitando qualsiasi genere di arrampicata artificiale). Spesso in Wenden (o Ratikon) quando la parete è così aggettante non hai molte chances di trovare prese decenti per scalare in libera o fermarti a chiodare, invece qui provando, andando avanti e cercando, compaiono dei provvidenziali buchi, spesso anche molto netti, che ti permetto di scalare e fermarti a piazzare lo spit. La roccia sembra sia stata bucata da madre natura proprio per consentirti di salire anche laddove da sotto sembrava tutto liscio. E questo accade ancora di più sul settimo tiro chiamato appunto “pocket rocket” in onore delle incredibili sequenze di buchi che abbiamo trovato.

L’apertura della via è durata circa un anno e mezzo, principalmente a causa dei miei impegni di spedizione extraeuropei ed anche per il fatto che la primavera dell’anno scorso è stata flagellata dalle piogge, le quali hanno fatto sì che la parete non fosse praticamente mai nelle condizioni giuste per scalare o aprire.

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Secondo tiro “Diagon-alley” – foto by Fabio Palma

Quest’anno invece siamo stati parecchio fortunati con la meteo. Un mese di aprile con così poca pioggia personalmente non lo vedevo da anni e la parete era in condizioni perfette: non una chiazza di bagnato, non un buco umido. Condizioni del genere non vanno lasciate scappare perché non sai quando potranno tornare.

E così, dopo essere saliti un giorno a provare i primi due tiri e un altro giorno a togliere tutte le corde fisse usare durante l’apertura è arrivato il grande giorno: quello del primo tentativo in libera. Quello che la notte prima non dormi mai benissimo perché senti comunque la pressione, quello che le braccia sono sempre un po’ più dure del previsto perché non vuoi sbagliare, quello che non sai se arriverai “pulito” fino agli ultimi tiri e non sai se ne avrai ancora per farli.
Per l’occasione un manipolo di valorosi scalatori composto da Fabio Palma, Luca Passini e il fotografo Riccardo Mojana si unisce a me e ad Eugenio con l’idea di documentare la salita, facendo riprese con un drone.

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foto by Riccardo Mojana

La giornata è perfetta e trascorse le due ore di avvicinamento e superato lo zoccolo è il momento della verità. Come si dice spesso “il primo tiro ti da la sveglia”. E non è una sveglia proprio piacevole: le maggiori difficoltà della via si trovano dopo pochi metri, quando ancora i muscoli sono duri e freddi.
In più il drone che ti ronza intorno fa un casino che pare di essere in una segheria.
Arrivo subito al passo chiave, dove cado: come detto, mancanza di riscaldamento e ghisa “da freddo”.
Beh, ci può stare. Lo prendo come un riscaldamento.

Riposo 10 minuti e parto per il secondo giro. Arrivo al chiave un po’ più sciolto e parto deciso. Dopo pochi movimenti però le braccia sono già dure come dei sassi. Vado avanti più con la testa, che con il corpo e con una serie di lanci piuttosto disperati sono in catena. Il primo tiro “la porta nera” è fatto.

Il secondo tiro poi fila liscio come l’olio, con il team di riprese che fa un ottimo lavoro tra drone (Fabio) e teleobiettivo (Riccardo). Il terzo tiro poi “revolver” penso sia uno dei tiri più belli di sempre, sicuramente tra quelli da me aperti, praticamente un pezzo di Wenden portato sulle Grigne, per roccia, ambiente e chiodatura.

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spot the climbers! – foto by Riccardo Mojana

Un’altra nota particolare merita il sesto tiro, dove la nostra via sale per circa 8 metri in comune con la via della Luna aperta del “mitico Det” (che è anche il nome del tiro stesso). Una brutale sequenza in strapiombo, superata con un bel pelo sullo stomaco da Det con l’aiuto di chiodi e cliff conduce ai soliti buchi inaspettati che madre natura ha creato per farci salire.
Gli ultimi due tiri anche filano lisci come l’olio e alle 16 siamo in cima alla nostra via. Di fianco a me un Eugenio Pesci un po’ provato, ma entusiasta e soddisfatto, che continua a ripetermi che sulla nostra via non c’è un tiro brutto e che l’ultimo tiro se fosse in falesia sarebbe fantastico.
E molto soddisfatto lo sono anch’io. Non è stata un’esperienza al limite, questa volta niente momenti di panico, ma comunque tanta concentrazione, per una via, mai troppo dura, ma mai scontata, per un’arrampicata fantastica e un’esperienza che ti lascia qualcosa dentro.

Il nome della via?
“IF” (se), proposto da Eugenio, come la canzone dei Pink Floyd. Un nome breve che però, ognuno può interpretare a suo modo.

Relazione IF Sasso Cavallo