martedì | maggio 21, 2019

Ragni sulla Czech Direct al Denali

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Il versante sud del Denali

Fin da quando lessi le storie di Jack London da bambino, ho sognato di visitare questa terra artica e il paesaggio incredibilmente vasto, abitato da persone dure e forti e da animali selvaggi.

Da anni sentivo la voglia di visitare questo posto e, dopo la Patagonia nel 2016, sentivo di avere concluso il percorso necessario per arrivare qui.

La mia passione è l’alpinismo e amo abbinare avventure all’aperto con l’arrampicata. Ma avevo bisogno di qualcosa che mi sfidasse veramenge e mi motivasse a migliorare. Avevo letto “Kiss o Kill” di Mark Twight un paio di anni fa e la storia della sua ascesa con House e Backes della “Czech Direct” sul versante sud di Denali (6190 m) mi aveva veramente ispirato per l’audacia e l’impegno. Questa via è stata aperta nel 1984 da tre scalatori cechi (Krizo, Korl, Adamo), in oltre 11 giorni. Una grande salita realizata da forti scalatori dell’est Europa. Mentre guardavo le immagini della parete e della scalata, cominciai a pensare che, se fossi riuscito a diventare abbastanza forte, abbastanza disciplinato nel gestire l’acclimatamento e a trovare il partner giusto, avrei potuto essere in grado di salirla.

La Diretta dei Cechi è considerata l’itinerario più difficile della montagna più alta del continente nordamericano. Sono 2800 m di dislivello e più di 3000 m di arrampicata classificati 6 W6 M6 A2 ED+. Solo sette cordate sono riuscite e ripetere l’itinerario dal 1986 e tutti erano dei veri e propri assi dell’alpinismo. Sapevo di essere molto ambizioso, ma devi essere talvolta, oppure non stai vivendo al massimo.

Il tempo passato e le mie esperienze nell’Artico svedese, Karakorum, Patagonia e le Alpi mi avevano dato la consapevolezza che avrei potuto impegnarmi in una dura scalata di più giorni, resistere al freddo intenso senza danni, impegnare tutto me stesso nella salita e raggiungere il successo.

Con il mio compagno di arrampicata Luca Moroni, un buon amico di Varese, ormai formavo un team affiatato, avevamo salito percorsi veramente impegnativi e lunghi nelle Alpi, come Divine Providance, e lui era veramente motivato a mettere le mani su qualcosa di più duro, al di fuori dal giardino di casa.

Perfetto, dopo un altro viaggio di successo in Patagonia su Cerro Murallon ero pronto per l’Alaska. Appena tornato a casa iniziai immediatamente i preparativi per ottenere il finanziamento e il sostegno del Gruppo Ragni di cui faccio parte, lo stesso gruppo di alpinisti che sul Denali aprì la Via Cassin, o meglio Via Città di Lecco nel 1961, l’itinerario che percorre il crinale subito a sinistra della Diretta dei Cechi.

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La spedizione Città di Lecco al McKinley, 1961

Ho incontro Luigi Airoldi e Romano Perego, due deagli scalatori che hanno compiuto la prima salita di quella via, che mi hanno motivato e mi hanno incoraggiato a fare questa ascesa. Hanno detto: “Se andate, lo farete” e “Se sei pronto non avrai paura di niente”, e pure altre cose come “Ho perso tre dita sul Denali” e “E’ stata la più fredda esperienza della mia vita”.

Abbiamo prenotato il volo per il 29 maggio e abbiamo deciso di dedicare un mese alla salita. I primi 10 giorni sarebbero serviti per acclimatarsi e il resto per la salita. Avevamo in programma di restare non più di cinque giorni sul percorso.

Io e Luca abbiamo raggiunto Anchorage e comprato tutte le forniture necessarie, imballammo i colli e, dopo un paio di birre con un pilota Eskimo che ci raccontò con emozione di come, nella prima parte dell’anno, aveva perso già tre amici piloti, ci dirigemmo a Talkeetna per incontrare il pilota che ci avrebbe portato al Denali.

Avevamo prenotato il volo con lo Sheldon Air Service, gestito dalla figlia e dalla famiglia dello stesso Don Sheldon che volò nel 1961 con i Ragni di Lecco e Riccardo Cassin. Il suo aereo era ancora nell’hangar e noi ci stavamo dormendo accanto. Ho potuto sentire la storia del mio gruppo molto viva.

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Abbiamo avuto un incontro con NP Ranger Mark Westman che aveva salito la via con Jessy Huey e ci ha dato qualche dritta sull’avvicinamento, mostrandoci alcune foto sulla sua ascesa.

Due cose mi preoccupavano di più: l’avvicinamento e la giornata di trenta ore necessaria per superare le principali difficoltà. Mark, super amichevole e appassionato, ci ha rafforzato psicologicamente, anche se non credo che pensasse avessimo molte chance come “ragazzi sulla loro prima esperienza in Alaska e vogliono fare la Diretta dei Cechi”, ci ha anche detto che c’erano altre quattro squadre che volevano salire la via: due ragazze, un team di Piolet d’Or, due britannici forti, due finlandesi e noi.

Dopo un volo molto panoramico, sbarcammo sul ghiacciaio Kahiltna e cominciammo a portare le nostre grosse slitte verso la via dello Sperone Ovest. Con 70 kg di attrezzatura e cibo per ciascuno eravamo molto pesanti e ci sono voluti 5 giorni per raggiungere il campo 14K (4300 m).

Mi sentivo bene e il tempo meraviglioso rendeva il tutto quasi piacevole. Anche Luca si sentiva bene e trascinava due slitte invece di una.

Siamo arrivati al campo il 4 giugno. Il tempo ha continuato a essere buono per il resto della settimana senza vento e temperature quasi calde. Pensavo che tutte le altre squadre stessero scalando la via in quella finestra di bel tempo, ma li ho trovati al campo che facendo Yoga. Ci sembrava uno spreco di tempo.

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Io e Luca siamo saliti sullo Sperone Ovest fino a 5000 m poi a 5500 m. Abbiamo riposato un giorno e siamo partiti per il tentativo alla vetta. Partendo dal campo 14K sono circa 2000 m di dislivello. Tuttavia il tempo è cambiato e abbiamo dovuto aspettare un’altra settimana prima di poter finire l’acclimatamento. A 5800 m Luca aveva freddo ai piedi e ha dovuto fermarsi. Io ho continuato fino alla vetta. La temperatura era attorno ai -40°, ma mi sentivo molto bene e non ho avuto affatto freddo.

La mia fiducia sul nostro successo stava diventando sempre più grande.

Luca è sceso ma dopo un giorno di riposo è tornato in tempo record fermandosi poco prima della cima “perché – mi disse – voglio arrivare lassu solo dalla Diretta dei Cechi”, dimostrando un grande impegno e motivazione.

Dopo di che il tempo è peggiorato e abbiamo iniziato l’attesa di una finestra di circa quattro giorni che ci consentisse di salire la via. Il tempo era estremamente variabile e molto freddo. La temperatura media era di -20° e stava nevicando continuamente ma eravamo fiduciosi che avremmo avuto la nostra possibilità.

Il campo 14K

Il campo 14K

Nel frattempo le altre squadre avevano tentato l’itinerario nell’ultima parte della finestra di bel tempo, ritirandosi prima di raggiungere la metà del percorso. Il team da Piolet d’Or non aveva neppure iniziato la salita e la squadra finlandese era stata fermata dalla polmonite. Eravamo gli unici ad avere ancora 12 giorni a disposizione.

Il nostro buon amico Matteo della Bordella, ora un vero esperto in fatto di meteorologia, ha previsto alta pressione il 19, meno di buono il 20 e poi buono per almeno 4 giorni. Era la nostra possibilità.

Alla mezzanotte di lunedì ci guardammo e decidemmo di andare avanti. La discesa sulla rampa Wickwire era tutto quello che non dovresti mai trovare in montagna! Neve profonda fino in vita, lastre da vento, seracchi sopra le nostre teste in attesa di cadere su di noi e crepacci ovunque.

Dopo 5 ore a batter traccia abbiamo raggiunto la fine della rampa, la mappa della discesa fatta da di Colin Haley ci ha aiutati davvero a navigare su questo terreno. Avevamo intenzione di salire lo zoccolo, ma sembrava veramente asciutto così abbiamo deciso di attaccare sulla destra del Couloir dei Giapponesi e vedere la situazione. Ancora una volta con la neve profonda fino alla vita, abbiamo raggiunto una roccia sul crinale e all’improvviso un chiodo e un moschettone ci hanno mostrato che I Ragni nel 61 erano passati da qui. Dall’altra parte c’era un colouir che scendeva direttamente sulla forcella nord-orientale e alla base della parete sud. Era l’inizio originale del Cassin Ridge.

Scendemmo lungo il canale, e, due ore più tardi, arrivammo alla base del muro. Alle 8 del mattino piantammo la nostra piccola tenda BD e riposammo. Che brutto avvicinamento!

Prime fasi della salita

Prime fasi della salita

Abbiamo dormito per tutta la giornata e, al cospetto di questo mostro, eravamo preoccupati di esserci messi in una sfida troppo grande. Tornare al campo 14K sarebbe stato un inferno. Ci sentivamo davvero completamente impegnati. Abbiamo ripreso a scalare appena la parete è andata in ombra, a mezzanotte.

Abbiamo subito capito che nessuna neve dura ci avrebbe aiutato a progredire rapidamente e abbiamo dovuto combattere sprofondando ad ogni passo. La parte divertente è iniziata con una traversa molto lunga, su una crosta sottile, per arrivare al primo passaggio di W6.

Ho attaccato il passaggio, ma era coperto da neve e una crosta di ghiaccio marcio, ci è voluto un po’ per passare e arrampicare con lo zaino pesante non ha certo aiutato.

Un’ora dopo Luca ha raggiunto la sosta e abbiamo proseguito. Le difficoltà non mollavano, con tratti sostenuti di M5 e pendii ripidi di neve inconsistente.

Abbiamo raggiunto il primo seracco e il nevaio dove abbiamo deciso di bivaccare alle 10 del mattino, dopo avere scalato per più di 10 ore.

Abbiamo messo la tenda sotto un crepaccio protetta da qualsiasi cosa cadesse dall’alto. Il tempo è cambiato come previsto e ha cominciato a nevicare. Ci siamo sentiti stanchi e abbiamo deciso di riposare prima del “giorno più lungo”.

La piccola tenda offre un po' di riparo e la possibilità di recuperare le energie

La piccola tenda offre un po’ di riparo e la possibilità di recuperare le energie

Come previsto da Matteo la mattina il tempo è migliorato.Alle 6 abbiamo ripreso a salire verso l’alto. Mentre salivamo, ogni 60 metri circa, compariva un bel Camalot ultraleggero BD, chiaro segno di una ritirata affrettata dalla parete. Con questa attrezzatura abbiamo integrato il nostro mareriale.

Il terreno era ora molto più ripido e sostenuto: un tiro di M5-M6 con cattive protezioni ci ha portato alla rampa. Una zona molto impressionante, con una parete gigantesca appena sopra le nostre teste e la sicurezza del terreno orizzonrale molto lontana.

Luca ha fatto magistralmente la sua parte, portandomi alla base della rampa, che ora stava sputando spindrift sopra di noi.

Ho continuato a salire la rampa affrontando alcuni grandi tiri di scalata su ghiaccio, in particolare il diedro di W6. Un ultimo tiro di M6+ ci ha portato alla parete di roccia con la sezione di artif.

Neve, ghiaccio ripido e roccia, lil Denali offre tutte le "delizie" del terreno tecnico d'alta quota

Neve, ghiaccio ripido e roccia, lil Denali offre tutte le “delizie” del terreno tecnico d’alta quota

Fra il tempo per rilassarmi un po’ e quello necessario per recuperare Luca, c’è voluta un’altra ora per venire a capo di questo tiro. Sono risalito con le jumar con i pesanti zaini. Luca ha poi affrontato una traversata a sinistra su roccia molto liscia e coperta di neve, che ha richiesto molti sforzi per essere ripulita.

L’ho seguito e abbiamo raggiunto un grande nevaio a 60°, rrivando all’enorme seracco chiamato “Big Bertha”, che segna il punto intermedio della salita. Abbiamo proseguito nella neve profonda, raggiungendo l’ultima parete rocciosa dopo 22 ore di arrampicata. A quel punto, inaspettatamente, Luca si è seduto e dicendo che era completamente esausto, non era più in grado di proseguire e aveva terribilmente freddo.

Eravamo esausti e non riuscivo a vedere nessun posto da bivacco a portata di mano. Risalire l’ultima parete rocciosa sembrava troppo difficile. Dovevamo fermarci.

Luca, con l’ultima scintilla di energia, ha individuato un possibile punto per il bivacco, anche se io ritenevo che fosse troppo ghiacciato e inclinato per alzare la nostra tenda. Tuttavia sono sceso e ho dato un’occhiata. Era possibile scavare una piattaforma per la tenda. Eravamo salvi!

Ho gridato a Luca di preparare qualcosa di caldo che gli avrebbe dato energia. Ho messo la tenda e ci siamo sistemati nei nostri sacchi a pelo dopo aver ingurgitato tè caldo e cibo.

La mattina successiva ci siamo resi conto di dove eravamo: accanto alla “Big Bertha”, su una piccola piazzola, con un abisso sotto di noi.

Luca aveva recuperato le forze e ci siamo riposati al sole. Alle 4 del pomeriggio abbiamo ricominciato a salire, avevamo già imballato le corde e l’attrezzatura, ma quando siamo arrivato al muro di roccia che sembrava molto facile ci siamo resi conto che non lo era.

Ci sono volute 2 ore e mezza per superare queste ultime lunghezze di M5 e sull’ultimo nevaio. Ora eravamo a 4500 m e avevamo superato il punto di non ritorno. Le difficoltà diminuivano e sapevamo che il terreno fino alla cima era facile.

Tuttavia la neve era profonda fino al ginocchio e battere traccia in quota e dopo tante ore di arrampicata sarebbe stato difficile ed estenuante.

Abbiamo battuto traccia per 100 metri ciascuno e, nel pomeriggio, siamo arrivati alla cresta della via Cassin, proseguendo per almeno 5 ore sulla linea del crinale. Pensavamo quasi che potessimo raggiungere la cima quel giorno. Dopo altre 6 ore, eravamo ancora 800 metri sotto la vetta a 5400 m.

Ultimi sforzi... e ultime energie da spendere per arrivare alla vetta

Ultimi sforzi… e ultime energie da spendere per arrivare alla vetta

Mentre Luca camminava slegato, ho sentito due rumorosissimi botti provenienti da sotto. Questo ci ha svegliato dalla nostra trance, che cosa era stato? Una cornice? Una placca a vento? Noi continuammo, ma dopo altri 200 metri la neve era diventata ancora più profonda e abbiamo deciso di fermarci per un altro bivacco.

A 5600 m abbiamo iniziato a scavare una piazzola e Luca ha trovato un vecchio calzino di lana rosso nel ghiaccio. Forse dai Ragni? Abbiamo trascorso una notte molto fredda. Troppo fredda per dormire così abbiamo battuto i denti tutta la notte.

Al mattino il tempo era cambiato come previsto. Abbiamo proseguito nella neve profonda e polverosa con nessuna visibilità. Il terreno era facile, ma eravamo esausti e slegati. Ogni errore poteva facilmente significare la morte. A 6000 m abbiamo raggiunto la cima di Pig Hill e l’ultima zona di cornici per arrivare alla vetta.

Abbiamo lasciato i nostri zaini ormai privi di qualsiasi cibo e carburante e continuato verso la cima. Ogni dieci passi abbiamo dovuto fermarci per prendere fiato, ma alle 16 del 23 giugno abbiamo raggiunto la vetta, dopo 5 giorni e 61 ore non continuative di arrampicata.

Cima!

Cima!

Eravamo euforici ed estremamente felici, ma anche esauriti, così abbiamo deciso di iniziare immediatamente la discesa. Cinque ore più tardi abbiamo raggiunto il campo 14K e la nostra tenda.

La nostra missione è stata completata e il nostro primo viaggio nella catena dell’Alaska è riuscito oltre ogni aspettativa.

Un grande grazie a RAGNI DI LECCO, ADIDAS OUTDOOR, CAMP CASSIN, CAI LECCO E CAI VARESE e tutti i miei amici, Matteo Della Bordella, Samuele Bignami, Caterina Tixi e la mia famiglia.

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Ragni sulla Czech Direct al Denali

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Il versante sud del Denali

For photos and Videos Luca and David brought:

Since reading the stories of Jack London as a kid I had dreamt about visiting this Arctic land and the amazingly vast landscape inhabited by tough and hardy people and amazing wild animals. Since years I was feeling the urge to visit this place and after Patagonia in 2016 I had set my course to come here as soon as I was ready. My passion is Alpinism and I love to combine outdoor adventures with climbing. But I needed something that really challenged me and motivated me to improve. I had read Mark Twight Kiss or Kill a couple of years back and the story of his ascent with House and Backes of the “Czech Direct” on the South Face of Denali (6190m) had really inspired me by the audacity and the commitment.

This route was opened in 1984 by three Czechs Krizo, Korl, Adam, over 11 days. I great ascent by strong east europeans. As I looked at the pictures of the wall and the climbing I really began to feel it was possible for me, If I managed to get strong enough, disciplined enough on the acclimatization, and find the right partner I would be able to do it. The Czech direct is considered the hardest route up the highest mountain in the north American continent, it is 2800m of elevation gain and more than 3000 m of climbing graded Alaska 6 W6 M6 A2 ED+. Only 7 teams had repeated the route since 1986 and all were aces. I felt I was being very ambitious, but you have to be sometimes or else you are not living to the fullest.

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La spedizione Città di Lecco al McKinley, 1961

The time passed and my experiences in the Swedish arctic, Karakorum, Patagonia and the Alps gave me the confidence that I was able to climb hard for several days on end, I could resist intense cold without any damage and that I was able to commit all myself to a climb and succeed. Also my climbing partnership with Luca Moroni a good friend from Varese was developing well, we were climbing some really good and long routes in the Alps such as Divine Providance and he was really motivated to get his hands on something harder outside of his home turf. Perfect, after another successful trip in Patagonia on Cerro Murallon, I was ready for Alaska. As soon as I returned home I immediately began the preparations getting the funding and support from my group the RAGNI DI LECCO whom had opened the Cassin Ridge in 1961 or better the via “Citta di Lecco” which is the ridge line immediately on the left of the Czech direct.

I got to the meet the climbers of the first ascent like Luigi Airoldi and Romano Perego whom motivated me and encouraged me to take on this ascent. They said “If you go you will do it” and “if you are prepared you won’t fear anything” and other stuff like “I lost three toes on it” and “it was the coldest experience of my life”.

We booked flights for the 29th of may and decided to dedicate a month to it. The first 10 days would be spend acclimatizing and the rest to climb the route. We were planning not more than 5 days on the route. Me and Luca arrived in Anchorage and bought all the necessary supplies, packed our backs and after a couple of beers with a Eskimo bush pilot whom emotionally told us about the fact that  he had lost already three pilot friends in the first part of the year we headed to Talkeetna to meet with our pilot to fly in on Denali. We had booked with Sheldon Air Service, operated by the daughter and family of the same Don Sheldon that flew the Ragni di Lecco and Riccardo Cassin in 1961. His airplane was still in the hangar and we were sleeping next to it.

I could feel the history of my group very much alive. We had a meeting with NP Ranger Mark Westman whom had climbed the route with Jessy Huey and gave us some beta about the approach and showed us some pictures about his ascent. Two things worried me the most: the approach and a 30 hour day to get through the main difficulties. Mark super friendly and enthusiast psyched us up even though I do not think he believed we had a chance as “guys on their first experience in Alaska and want to do Czech direct” he also told us that there were other 4 teams that wanted to climb the Czech… 2 girls, a Piolet d’or team, 2 strong Brits and 2 Finns and us.

After a very scenic flight we landed on the Kahiltna glacier and started to haul our big sleds up the west buttress route, 70kg of gear and food each felt very heavy and it took us 5 days to reach 14k camp (4300m) I was feeling well and the glorious weather was making it almost enjoyable. Luca was also feeling good and dragging 2 sleds instead of one. We arrived the 4th of june at 14k camp and placed our little home and dug in. The weather continued to be good for the rest of the week with no wind and almost warm temperatures. I really thought all the other teams would be climbing the Czech in that window, but I found them at 14k doing Yoga. Seemed  like a waste of time. Me and Luca went up the west buttress route to 5000m then to 5500m  rested a day and went for a summit push. From 14k it is about 2000m of elevation gain. However the weather changed and we had to wait another week before we could finish acclimatization.

At 5800 Luca had really cold feet and had to retreat. I continued to the summit. It was bitterly cold and about -40°c. I was feeling very well and not cold at all. My confidence on our success was getting bigger. Luca came down but after a day of rest he went back up in record time stopping just short of the summit because “I only want to reach the summit through the Czech” demonstrating serious commitment and motivation. After that the weather closed and we began our wait for a decent weather window of about 4 days that would allow us to climb the route. The weather was extremely variable and very cold. The average temperature was -20°c and it was snowing continuously but we were confident we would get our chance.  In the meantime the other teams had attempted the route at the tail of the   good weather window retreating less than half way up the route. The Piolet d’or team did not even get on it and the Finnish team was stopped by pneumonia. We were the only ones left with another 12 days at our disposal.

Il campo 14K

Il campo 14K

The 21st our good friend Matteo della Bordella, now a real expert of weather forecasting predicted a high pressure from the 19th with one day of less than good the 20th and then good for at least 4 days. It was our chance. On Midnight of Monday we looked at each other and decided to go for it. The descent on the Wickwire ramp was everything you should not do in the mountains. Waist deep snow, wind slabs  , seracs over our heads waiting to rumble down on us and crevasses all over the place. After 5 hours beating trail we reached the end of the ramp, Colin Haley’s topo of the descent really helped us to navigate this terrain. We intended to climb the notch but it looked really dry so decided to climb up to the right of the Japanese colouir and see.

Again in in waist deep snow we reached a rock on the ridge and all of a sudden a piton and a carabiner from the Ragni di Lecco showed us that they had passed through this point. On the other side was a colouir going down directly to the  north east fork and the base of the south face. It was the original start of the Cassin Ridge. We descended the gully and two hours later reached the base of the wall and at 8 in the morning placed our little BD first light tent and rested in the tent. What a nasty approach. We slept through the day and below this monster we were worried we had taken a too big of a challenge. Getting back to 14k camp would be helland we felt very committed. Again we began climbing as a soon as the wall got in the shade at midnight. We quickly understood that no hard snow would help us progress quickly and we had to fight through deep snow.

Prime fasi della salita

Prime fasi della salita

The fun part began with a very long traverse on a thin crust to get to the first W6 pitch. I went for the W6 pitch but it was covered with snow and a crust of rotten ice, it took a while to get through it and climbing it with a heavy pack did not help. An hour later Luca reached the belay and we continued, the climbing did not ease off, with sustained M5 pitches and some steep inconsistent snow. We reached the first serac and snowfield where we intended to bivy at 10 in the morning after having climbed for more than 10 hours. We placed our tent below the bergschrund hopefully protected from anything falling from above. The weather changed as predicted and it started to snow. We felt tired and decided to rest before the “longest day”. It cleared in the morning again as predicted by Matteo. And at 6am we continued our movement upwards.  As we began to climb every 60 meters appeared a nice BD ultralight camalot clearly signs of a hasty retreat from the wall. With them we integrated our rack. The terrain was now much steeper and sustained M5-M6 pitches with bad protection led us to the ramp.

The terrain was very impressing with a gigantic blank wall just above our heads and the safety of the ground far below. Luca masterfully led his block taking me to the base of the ramp, which was now pouring spindrift over us. We had seen this  scene in Houseman and Bullock’s video on their ascent and we were repeating their quotes: “big spindrift nick!” “this is amazing!”. Nonetheless, I continued up the ramp on some great ice climbing pitches, especially the overhanging W6 corner. A last mixed m6+ pitch led to the rock wall with the aid section. I relaxed for a while and belayed Luca on it took us another hour to get through it I jumared with the heavy backpacks. Luca set out on a traverse to the left on very poor and snow covered rock that required a lot of swearing to clean. I followed and we reached a large 60deg snowfield to get to big Bertha the huge serac that marks our mid point on the wall.

La piccola tenda offre un po' di riparo e la possibilità di recuperare le energie

La piccola tenda offre un po’ di riparo e la possibilità di recuperare le energie

We continued through deep snow reaching the last rock wall after 22 hours of climbing. At that point unexpectedly Luca sat down and said he was completely exhausted and could not move any further and do anything and was terribly cold. We were exhausted and I could not see any bivy spot at hand, getting over the last rock wall  seemed too hard. We had to stop. Luca we his last flinch of energy saw a point were we could bivy but I claimed it was too icy and slopy to pitch our tent.  Nonetheless I downclimbed and took a look. It was possible to dig a platform for the tent. We were saved! I shouted to Luca to continue brewing something warm as it would give him some energy back. I placed the tent and we settled in our sleeping bags after forcing down some warm tea and food.

The next morning we realized where we were, next to big bertha on a very small outcrop on an endless slope the abyss below us. Luca had recovered his strength and we rested in the sun. At 4pm we set out again, we had already packed ropes and gear away but as we reached the rock wall that seemed very easy we realized it was not. It took us 2 and a half hours to get through these last M5 pitches and onto the last snowfield. We were now at 4500m and at we had passed the point of no return. The difficulties eased and we knew it was easy terrain all the way to the top. However the snow was knee deep and breaking trail at altitude and after so many hours of climbing would be difficult and exhausting. We broke trail 100m each until we reached the Cassin ridge in the afternoon, we had been on the go for at least 5 hours and continued after a brew on the ridge line. We almost thought we could reach the summit that day. After another 6 hours breaking trail we were still 800m below the summit at 5400m.

Neve, ghiaccio ripido e roccia, lil Denali offre tutte le "delizie" del terreno tecnico d'alta quota

Neve, ghiaccio ripido e roccia, lil Denali offre tutte le “delizie” del terreno tecnico d’alta quota

The terrain was easy but we were exhausted and we were unroped any mistakAs Luca walked unroped I heard two very loud Gun Shot noises coming from  beneath us. It woke us up from our trance, what was it? A Cornice? A Wind Slab? We continued but after another 200m the snow got even deeper and we decided to stop for another bivy. At 5600m we started to dig a platform and Luca found an old red woolen sock in the ice. Perhaps from the Ragni? We had a very cold night, inside the sleeping my watch measured 10°c. Too cold to sleep so we shivered away the night. In the morning the weather had changed just as forecasted. We continued in deep powdery snow in no visibility. I thought about the Giri-Giri boys following the tracks of their friends until these disappeared as did they friends. e could easily mean death.

Ultimi sforzi... e ultime energie da spendere per arrivare alla vetta

Ultimi sforzi… e ultime energie da spendere per arrivare alla vetta

At 6000 we reached the top of Pig Hill and the last ridge of cornices to get to the summit. We left our backpacks by now void of any food and fuel and continued to the summit. Every 10 steps we had to stop to catch our breath but at 4 pm of the 23th we reached the summit after 5 days and 61 non-continuous hours of climbing. We were elated and extremely happy also exhausted so we decided to begin our descent immediately. 5 hours later we reached 14k and our tent. Our mission was accomplished and our first trip in the Alaska range successful beyond any expectation.

Cima!

Cima!

A big thanks to RAGNI DI LECCO, ADIDAS OUTDOOR, CAMP CASSIN, CAI LECCO AND CAI VARESE and all my friends, Matteo DB, Samuele Bignami, Caterina Tixi and my Family.

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