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Era penso il 2001 o il 2002. Saliamo veloci verso lo Scoglio della Metamorfosi, destinazione il grande muro nero alla sua sinistra… Lo vedo, sta per cadere! Ha già messo due spit e sta cercando di mettere il terzo ma capisco che la piccola tacca che tiene in mano sta per avere la meglio e rispedire giù il Curt (Alberto Marazzi). Nonostante tutto stacca il trapano dall’imbrago, cerca di forare, entra un centimetro con la punta e poi: “Arrivooooo!”. Vola con il trapano in mano poi lo molla, la corda va in tiro, il trapano legato con un cordino di sicurezza al suo imbrago gli piomba addosso e lo vedo miracolosamente con un numero da circo riprenderlo al volo e non farsi niente con la punta.

Questo è l’inizio dell’avventura! Poi Curt finisce di mettere lo spit, gli do il cambio, riesco in due passaggi obbligati duri mettendo anche uno spit con un cliff, cosa che in Masino è quasi impossibile (in 25 anni in aperture in valle ne avrò messi tre o quattro al massimo). Questo è stato il primo, me lo ricordo perché ero talmente preso che quando sul bordo del tetto ho trovato quel piccolo fungo disperato mi sono attaccato con tutto il mio peso con il cliff. Lo avevo proprio davanti agli occhi e mi aspettavo che da un momento all’altro si rompesse e mi arrivasse sui denti. Ero talmente in panico che con il trapano invece di bucare nella direzione dove avrei dovuto proseguire, ho bucato nella direzione dove ero arrivato scalando, quindi, proteggendo di più l’obbligato che avevo appena fatto.

Riusciamo a finire il primo tiro, e che tiro! Da lì il muro diventa ancora più ripido, guardiamo, non sembra possibile. Guardiamo, dobbiamo riflettere. Forse non è fattibile.

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Curt è preso con il lavoro e la vita. Chiedo ad altri soci ma non ispira a nessuno quel muro nero verticale. Penso a cosa posso fare. Non so nemmeno se ci sono abbastanza appigli per salire. Decido per una scelta che non ho mai usato e condiviso. Ne parlo con Marchino che me lo sconsiglia (ed ha ragione) ma in me è troppo forte la voglia di rivedere quel muro. Ho deciso: mi calerò dall’alto da solo. In due giorni riesco a trovare la linea giusta. Ci sono passaggi dove, appeso alla corda, faccio fatica capire gli appigli. Questo muro è unico, sembra impossibile che prese così piccole possano darti la possibilità di muoverti e salire, è incredibile! I metri sopra la sosta del primo tiro, che avevamo aperto dal basso, sono unici. Ho fatto fatica a comprenderli calandomi e penso che dal basso sarebbero stati impossibili da trovare. Credo ancora oggi che anche se eticamente non sia giusto questo modo di aprire, dal basso sarebbe stato impossibile da trovare.

Ora la via è pronta ma devo liberarla. Il primo tentativo lo faccio con Serghey che mi dice che sono pazzo. Lo provo e lui mi segue sulle corde e guardando la via mi dice, con il suo accento russo: “Vecchio, non ci sono prese!”.

“Lo so ma questo è uno stile così” – gli rispondo.

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Questa via è la continuazione di uno stile di vie su muri  che in valle ha una lunga tradizione ma questo itinerario, come movimenti e appigli, si spinge quasi oltre. Di questo stile in valle credo che posso solo ricordare Delta Minox di Fazzini allo Scingino e Black Snake in Qualido, salita da me e Curt nel ’99 e non più ripetuta, una via sicuramente non molto più facile della famosa Joy division che è lì da parte.

Da quel primo tentativo ne ho fatti altri ma quasi sempre da solo , provando i tiri con la mini traction. Uno ogni due anni circa, il perché è dovuto alla forma della parete. Lo scudo di placca si trova sulla sinistra della parete e la via percorre il muro di 200 m proprio al centro, dove passa, purtroppo, una colata d’acqua quasi sempre attiva, che rende la via sempre bagnata, soprattutto il quarto tiro. Sono davvero pochi in un anno i giorni in cui si può trovare asciutto. Inoltre questa colata deposita sul muro una piccola quantità di sabbia, poca cosa, ma l’arrampicata è talmente precaria che, se non si spazzola via anche quella sabbiata, la progressione è veramente difficile. Penso che per questi motivi sia stata una delle libere da me più provate e più sperate. Credevo che non l’avrei mai salita.

Alla fine del 2014 mi era sfuggita per un pelo: l’avevo provata per due giorni con ottime sensazioni, pensavo ci fosse. Poi è arrivato il brutto e il tutto è stato inzuppato dalla colata. Credevo che non mi avrebbe dato un’altra possibilità. Non era facile trovare la giusta combinaione, doveva funzionare tutto: parete asciutta, clima perfetto (possibilmente vento da nord) e io pronto non solo fisicamente, ma anche con le sensazioni di equilibrio perfette che, in questo tipo di arrampicata, sono la cosa più difficile da trovare… un feeling che non sempre durante l’anno si riesce ad avere.

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Fortunatamente ad aprile tutto questo si è realizzato. Sono riuscito a prendermi due giornate dalla preparazione del Melloblocco per riprovare la via che era in ottime condizioni e sono tornato verso la fine del mese per un tentativo di libera che è andato a buon fine.

Dopo anni dall’inizio di questo progetto penso che questa linea sia unica, non so se mi capiterà un’altra volta di salire un muro così effimero. Sono veramente felice e incredulo per la salita che ho potuto fare. L’arrampicata è un percorso che mi sorprende sempre, sfilo la corda, guardo dalla base la parete e vedo una serie di macchie bianche su un muro nero, vedo e riconosco quello che ho salito, conosco a memoria gli appigli e gli appoggi.

Come una performance artistica prima di andarmene la riguardo, come un quadro che alla prima pioggia verrà cancellato. Ma tutto ciò rimarrà in me.

La via l’ho dedicata a Luciano Barbieri, uno scalatore di grande qualità che avrebbe apprezzato questo muro effimero.