giovedì | maggio 23, 2019

PATAGONIA 2014

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Quella dell’inizio 2014 non è stata una stagione delle più facili in Patagonia, almeno per quanto riguarda le condizioni meteo, tornate alla tanto celebrata instabilità su cui si è costruita la nomea di queste montagne. Entrambe le spedizioni dei Maglioni Rossi presenti in zona hanno dovuto abbandonare i rispettivi progetti sul Cerro Torre per dirottare verso altre cime in condizioni migliori.

Il Ragno Davide Spini e i compagni Mirko Masè e Bruno Mottini, dopo settimane di vana attesa sono riusciti a strappare al maltempo una veloce salita al Fitz Roy lungo la via Californiana, con discesa notturna dalla Franco-argentina… il tutto praticamente quando l’aereo per il ritorno a casa stava già rombando sulla pista. Più tempo e più occasioni hanno avuto invece Matteo della Bordella, Luca Schiera e lo svizzero Silvan Schupbach, che, pur avendo mancato l’obiettivo originario, sono riusciti a togliersi più di qualche soddisfazione, mettendo anche in cantiere nuove idee e sogni per il futuro… A loro il compito di raccontare questa ennesima avventura.

 

DUE MESI ALLA FINE DEL MONDO

di Luca Schiera

Esattamente quarant’anni dopo la futuristica salita dei Ragni sull’allora “montagna impossibile”, io e Teo voliamo verso la Patagonia con in testa una linea sulla parete nord del Torre.

Appena arrivati ci rendiamo però conto che fino a quel momento la stagione non è stata delle migliori, pochi alpinisti hanno scalato qualcosa e le pareti sono completamente incrostate di ghiaccio. Subito facciamo un paio di giri fino all’inizio del ghiacciaio sotto la parete, sia per porta- re tutto il materiale che per allenare la gamba.

Sotto le forti raffiche di vento incontriamo i nostri amici Davide, Mirko e Bruno, anche loro diretti al Torre. In un giorno di attesa usciamo dalla tenda per scalare la via di ghiaccio al Mocho: Todo o Nada.

Poco ghiaccio consistente, molta neve e un po’ di misto. Mentre il vento cresce arriviamo sulla piatta cima avvolti da un debole luce bianca, con gli spindrift che ci arrivano da tutte le direzioni, come un miracolo appare uno spit su un pezzo di roccia scoperto, la nostra unica possibilità di far sosta e scendere! Qualche giorno dopo ci raggiunge anche Silvan, il team è al completo, ma il Torre è ancora totalmente smaltato di ghiaccio. Mentre aspettiamo prepariamo nuovi piani.

Quando finalmente arriva una buona finestra di alta pressione scartiamo l’obiettivo iniziale che ancora non è in condizioni e proviamo per la zona del Fitz, unico problema: abbiamo tutto il materiale nell’altra valle…

Decidiamo di salire verso la famigerata ovest della Silla, sbinocoliamo tutto il pomeriggio e partiamo carichi per cinque giorni di scalata. Dopo un lungo e impegnativo avvicinamento su roccia e misto arriviamo sotto la parete, ma non troviamo nessuna linea continua fino in cima.

La mattina successiva ci spostiamo verso sinistra, tra canali e pareti di roccia arriviamo al Col de los Americanos. Saliamo il giorno stesso l’estetico spigolo est e bivacchiamo alla base del Fitz.

Con il tempo ancora stabile partiamo la mattina successiva sulla via dei Californiani, arriviamo alla sera appena sotto la cima, apriamo i sacchi a pelo e ci sistemiamo in una buca nella neve. Sotto di noi il gruppo del Torre (così piccolo da qui in alto!), sopra di noi un’altra stellata irreale. Saliamo ancora assonnati gli ultimi facili metri fino alla cumbre, il vento inizia ad alzarsi e qualche nuvola si avvicina da ovest, buttiamo le doppie e con alcuni problemi di orientamento raggiungiamo il ghiacciaio. Durante la successiva finestra di bel tempo saliamo un terzo dell’ancora irripetuta via dei Ragni sull’enorme pilastro Est del Fitz Roy, prima di ritirarci.

Più tardi, durante quelli che sono gli ultimi giorni buoni della stagione (la fantomatica finestra di inizio marzo di cui i locali parlavano, ma in pochi speravano) riusciamo a salire un’importante variante (o via nuova) alla superclassica Chiaro di Luna, Aguja Saint Exupery: dopo quindici ore filate con le scarpette i miei piedi non sono più gli stessi…

 

SULLE TRACCE DEL MIRO

di Matteo Della Bordella

All’interno del gruppo Ragni – ma anche al di fuori – se ne parlava già da un po’: “Sarebbe bello andare a ripetere la via dei Ragni al Fitz Roy, ripulirla dalle scalette di metallo e poi salirla in libera…”.

Un progetto che in realtà ne contiene 3 diversi e che rientra senza dubbio nella categoria di quegli obiettivi “che valgono una spedizione”. La via dei Ragni al Fitz Roy sale per circa 1200 metri di parete sul pilastro Est, fu terminata nel 1976 da Casimiro Ferrari e Vittorio Meles, dopo innumerevoli tentativi portati avanti da un folto team del gruppo Ragni e dopo che già in precedenza altre cordate avevano tentato senza successo questa via.

Il successo di Casimiro Ferrari su questa parete è arrivato dopo un vero e proprio “assedio”, andato avanti mesi e che ha richiesto “artiglieria pesante”, quali centinaia di metri di scalette metalliche, e centainaia di chiodi (ma non a pressione!).

Erano altri tempi e stiamo parlando a tutti gli effetti di una grande impresa alpinistica d’altri tempi. Negli anni successivi sull’imponente parete Est del Fitz sono nate altre vie molto blasonate e che al giorno d’oggi contano qualche ripetizione come “Royal Flush” o “ El Corazon”, ma per un motivo o per l’altro, nessuno ha mai ripetuto il pilastro Est dove corre la via dei Ragni.

Decidiamo di provare a metterci le mani noi e partiamo con l’intento di ripetere la via in 3 giorni. Partiamo di buon ora dal Paso Superior e superiamo la terminale appena fa chiaro.

Qui inizia la festa: i primi 160 metri sono costituiti praticamente da un unico diedro solcato da una fessura mano-pugno-offwidth sulla sua faccia sinistra. La scalata è fantastica e molto sostenuta, tutta d’incastro e perfettamente verticale. Solo che servirebbero 4 serie di friend dall’1 al 4 per proteggersi in modo adeguato. Con 3 fantastici tironi da 55 metri, in circa 3 ore siamo alla fine del pilastro. E qui iniziano i dolori: traversi, camini bagnati, fessure ghiacciate e scalette di metallo in mezzo.

Come ha detto Silvan da qui in poi la scalata diventa “90% not fun and 10% dangerous”. Pian piano mi faccio strada sui tiri successivi. A volte, per fare più in fretta tiro qualche scaletta di metallo evitando così di dover ripulire i tratti di fessura ghiacciata.

Ogni volta che mi appendo a quei pioli inizio a sudare freddo e mi vedo già precipitare giù con la scaletta che mi arriva in faccia, ma per fortuna nonostante qualche cavo strappato, le scalette di Casimiro (o chi le ha costruite per lui) dimostrano solidità anche dopo 38 anni!

A pomeriggio inoltrato raggiungiamo la prima grande cengia e con qualche lunghezza più facile su terreno misto ci portiamo sotto a una nuova parte verticale. Siamo alla ricerca di un posto da bivacco, per passare la notte, ma non riusciamo a trovare nulla, solo qualche cengia spiovente ricoperta da ghiaccio e neve.

Mi viene in mente che sulla relazione di “Royal Flush” è indicato un posto da bivacco al 14esimo tiro, così pensiamo di andare lì a bivaccare per poi ridiscendere il giorno successivo. Purtroppo, non so se normalmente ci sia meno ghiaccio in parete e le cenge siano pulite o se il bivacco sia inteso con amaca o portaledge, ma anche qui non troviamo sulla, solo cenge spioventi coperte con ghiaccio e neve e un posto per sedersi per una persona.

Siamo di fronte alla scelta di passare la notte appesi o rinunciare. Facendo due calcoli: abbiamo davanti a noi una parete di 900 metri alta e ripida come El Capitan, non sappiamo nemmeno bene dove passa la via per poter provare a procedere di notte, stiamo scalando da 13 ore ed avremmo bisogno di riposo.

Decidiamo all’unanimità di scendere. Anche se dentro di me è una decisione che stavolta brucia. Brucia e mi lascia qualche rimorso perché la motivazione era altissima e stavamo procedendo nei tempi previsti. Ma forse una decisione saggia, a giudicare dalle condizioni in cui mi sono risvegliato la mattina successiva e considerando il fatto che a metè del terzo giorno si è alzato un vento molto forte, mentre stando alle nostre previsioni il tempo avrebbe dovuto tenere almeno fino alla mattina seguente.

L’inizio di un nuovo progetto? Si vedrà. In realtà quello che un po’ sapevo già della Patagonia, ma di cui ho ancora avuto più conferma quest’anno è che è molto difficile e rischioso fare programmi e focalizzarsi su un unico progetto. Molto meglio partire con qualche obiettivo chiaro e poi decidere sul posto in base alle condizioni che si trovano.

 

Concatenamenti e nuove realizzati nel corso della spedizione 2014:

CERRO FITZ ROY
Californiana Sit Start 1800m 6a+ C1 M5
Concatenamento, con partenza dall’Hombre Sentado, dell’Aguja de la Silla cresta Est e della via dei Californiani al Fitz Roy

AGUJA SAINT EXUPERY
Can accompany only 750m 7a max
Primi 350 metri sulla linea di “Chiaro di Luna”, poi 350 metri su terreno vergine fino alla cima, salita tutta a vista. Nessun materiale lasciato in parete.
cartolina torre 1974 - 2014

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PATAGONIA 2014

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The 2014 season has been though in Patagonia, at least from a meteorological point of view, as the weather went back to the bad and unstable pattern which made the fame of this mountains. Both our expeditions were forced to abandon their original plans to climb Cerro Torre and search for other objectives on mountains in better conditions.

Davide Spini (Member of Ragni) and the fellows Mirko Masè and Bruno Mottini, after several weeks of waiting, were able to take advantage of a window of good weather for a fast one-day ascent of the Californian route on Cerro Fitz Roy, descending in the night from the route Franco-Argentina…while basically their plane to go back home had already started its engines.

Matteo Della Bordella, Luca Schiera (Ragni di Lecco) and the Swiss friend Silvan Schupbach had some time more and, despite they weren’t able to attempt their primary goal, they could accomplish some notable ascents, and put in the pipeline new projects and dreams for the next trips…We leave to their words the story of these adventures.

 

PATAGONIA 2014

by Matteo della Bordella

When Luca Schiera and I completed our new route on Torre Egger in March 2013, it was enough for us to look around to choose the next mountain we wanted to climb.
Cerro Torre was standing in front of us and we couldn’t resist its appeal. So, for the fourth year in a row, in January 2014 I was back to Patagonia, with my mate Luca; our friend Silvan Schupbach was going to join us in early February. Our dream was to climb Cerro Torre, following a line, which we had studied the previous year, on the North face.

Exactly 40 years ago, the 13th January 1974, Casimiro Ferrari, Mario Conti, Pino Negri and Daniele Chiappa, mem- bers of our same group “Ragni di Lecco” were the firsts to climb this mountain. Climbing Cerro Torre 40 years after the first ascent would have been the best way to celebrate for us. However… We didn’t take in consideration the notorious Patagonian (bad) weather. As a matter of facts winter 2013-2014 has been the worst season in the last 10 years with a huge amount of precipitation and high humid- ity. Chances of climbing Cerro Torre from the north face were very little and the wall was very dangerous due to the huge load of snow and ice. Nevertheless Patagonia is an amazing place and there are so many mountains and walls to climb that we were still psyched for the upcoming window of good weather, the first one after countless stormy days. We thought of a plan B with different variations: basically we were attracted from the Aguja de la Silla and its West and North-West faces, which are among the wildest and most remote walls in Patagonia, but also none of us had ever climbed Fitz Roy, and, of course, we wanted also to climb this awesome mountain. So our idea was to start from El Chalten and the following day reach the base of Silla and see if there was the possibility for a new line and then also consider the option of climbing Fitz Roy from the Californian route. The first day was on the guidebook mentioned as “approach”, but it turned out to be the toughest one, because the way we chose to reach the wall, which climbs through Hombre Sentado, maybe also because it was in icy conditions, was a true alpine route itself, with many pitches on rock an mixed…At 8pm we stopped for bivying on a ledge at the base of Silla and we analyzed the differ- ent options for the following day. Finally we couldn’t see from the ground a new line on Silla which looked really amazing and doable at the same time: the West face is steep, compact and without any ledge, and it looked impos- sible for us without a portaledge, while the North-West face seemed to have a lot of loose flakes and not a continuous crack line.

So we decided to climb up the couloir that leads to the “col de los americanos” (the col between Silla and Fitz Roy), where we arrived at 2pm, after a few pitches on mixed and rock. From the col we went on, climbing 5 pitches on the finest Patagonian granite, until the summit of Silla and then we rapped down to bivy at the base of the Californian route. The third day has been the coldest: the Californian route in fact stays in the shade for the most of the day and, despite the low grades on the topo, offers a sustained and athletic climbing. Climbing with 3 layers of clothes plus Primaloft plus Gore Tex shell, boots and a 20kg backpack with the bivy gear on overhanging 6as was absolutely a funny experience, besides all the yelling of the moment. So we reached at around 8.30pm a bivy spot less than 100 meters under the cumbre of Fitz Roy. Fourth day was the summit day and the day of the never ending descent to El Chalten. All in all it was really a long and satisfying journey, one of these ascents that always leave good memories in your mind. Alè! Thumbs up to Patagonia! Good job Silvan and Luca! The following week another window of good weather came, but tempera- tures were still too high to try Cerro Torre. We decided to try to repeat and clean from the abandoned gear the “Pilar

Este”, a mythical route opened by Ragni di Lecco in 1976 on Fitz Roy East face, nowadays still unrepeated. Within the Ragni group, but also outside the group, this project has been discussed for quite a long time, but nobody ever really tried it. We knew it was the kind of project which is worthy an entire expedition and a great team effort is required. So we were doubtful about giving it a try in a two-days-and-a- half window, but when, almost randomly, we met Thomas Huber in El Chalten and told him about this goal, he imme- diately gave us a great motivation for trying this mysterious route. The new generation of Ragni di Lecco that follows the footprints of the old generation of Ragni, but with a modern style it would be for sure something that gives a great pres- tige to the whole group.

The East face of Fitz Roy is 1300 meters tall and the Ragni route is just in the center, our idea was to climb this wall in 3 days. The first day we realized the conditions of the wall were not the best, with many iced and wet cracks and the old aluminum ladders on the way; nevertheless we did some good progress, but unfortunately after a full day of climb- ing and 450 meters done, we couldn’t find any bivy spot where to spend the night, and spending the night hanging on the harnesses with 950 meters of vertical wall still to climb didn’t leave us big chances of success, so we preferred to go down. But this time we just tasted the cake, and the project is already on winter 2015 agenda… We just had the time to go back to Chalten and after a few days anoth- er possible small window of good weather was forecasted, a one day window with some wind, but still enough to try to climb something.

This time our idea was to climb the ultra-classic “Chiaro di Luna” on the Aguja Saint-Exupery; this route, opened in 1987 by Maurizio Giordani has nowadays become one of the most repeated and appreciated in Patagonia. From the photos in the guidebook we already noted a big portion of wall without any route and apparently with cracks and flakes, then, talking with a friend, who repeated the route two years before, he confirmed us that there is potential for opening something new on that wall.

We bivyed just before the wall and for the first time this year we started “fast and light”, no jumars, haul bags and boots, only climbing shoes and chalk; the plan was to free climb as fast as we can. We climbed the first 350 meters of “Chiaro di luna” in around 3 hours, then where the route heads left, we went on straight on virgin terrain. The wall had cracks and flakes as we thought and in 5 pitches we were in front of the final and steepest part. Silvan had the honor and pleasure to lead the hardest pitch: a fingercrack that then dies into a corner and offers a typical granit-style climbing of stemming and jamming; a funny and weird pitch which we rated 7a.

From here another 150 meters of easier terrain brought us to the top of Saint Exupery, after a total of 9 hours of climb- ing. In the final part of the route the wind started blowing really strong and we began the long series of rappels quite afraid because we only had two ropes, but thanks to some luck and experience everything went well and after anoth- er five hours we were back at our bivy place. Adios Patagonia, hasta el proximo ano!

Concatenamenti e nuove vie:

Cerro Fitz Roy
Californiana Sit Start – 1800m 6a+ C1 M5
Link-up of Aguja de la Silla East arete, starting from Hombre, and Fitz Roy South Face (Californian route)

Aguja Saint Exupery
Can accompany only – 750m 7a max
First 350 meters same as “Chiaro di Luna”, then 350 meters of new terrain to the summit, all onsight, no gear left on the wall

 

cartolina torre 1974 - 2014

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