Nell’Ombra, di Nick Bullock

Luogo

1800m della parete nord del Chang Himal (6750m).

Anche conosciuto come Wedge Peak o Ramtang Chang, la Chang Himal è situata vicino al Kanchenjunga e la ripida parete nord era stata adocchiata da molti. Nel 2007 gli sloveni Ales Kozelj e Mitja Sorn avevano tentato di aprire una nuova linea ma la meteo li fermò a metà parete. Nell’Ottobre 2009, un inglese già famoso e uno che lo è diventato ci hanno provato

Chang himal

Bloccato sulla mia isola nel mezzo della mia Caletta, i minuti duravano ore. La fessurina che dovevo salire era strapiombante. Increspature di fango spesso ed umido coprivano la delicata roccia grigia. Le corde erano libere in un lungo arco in traverso. Uno spuntoncino di quarzo con una fettuccia attorno ed un fittone vecchio di venticinque anni, ormai quasi marcio, era tutto ciò che si trovava tra me ed un viaggio in elicottero verso il Bangor A&E. Io scavavo e grattavo, tirando via il fango dalla superficie di altro fango cercando un miracolo, cercando qualcosa di solido in un mare di morbidume strapiombante.

Scavai una crepa con l’anello finale di un nut: la crepa si sbriciolò come la feta. “Ma perché cazzo stiamo ad arrampicare su questo spettacolo horror di Fowler?”. Mi era stato detto che arrampicare è puramente egoistico, ma come poteva essere egoistico andare a ficcarmi in questa arrampicata? Solo poche persone al mondo conoscono il vero orrore e dare il grado non farebbe impressione a nessuno.

Mi arrampicai dal piccolo blocco di quarzo varie volte, prima di tornare ogni volta indietro. L’uscita vittoriosa dalla mia isola dipendeva solo dall’uso di uno spuntoncino di quarzo che sporgeva dal mezzo della fessura strapiombante, ma scaglie, spuntoni e tacchette di quarzo hanno la tendenza a tagliare. Mi rialzai una seconda volta. Avvolgendo una mano attorno allo spuntone liscio, mi venne in mente una di quelle prese fatte a forme di seno che i tracciatori di vie malati amano piazzare sui muri d’arrampicata. Questo, però, era coperto di fango.

 Chang Himal

Di sotto, la Cala si apriva in una gran quantità di boulders. Onde, inarrestabili, spazzavano i galleggianti da pesca in polistirene, le reti intrecciate arancioni in polipropilene, la schiuma ribollente color giallo. I gabbiami urlavano e piroettavano nel vento, penne taglienti come il lino. Io me ne stavo appeso allo spuntone di quarzo, mi muovevo verso l’alto e provavo. Mi aspettavo che tutto il blocco si staccasse. Dando calci nel fango grigio, allungando verso l’alto le dita, potevo adesso trovare più quarzo sul labbro della fessura strapiombante. Il mio cuore ebbe un sobbalzo. Il quarzo era liscio. Scavando, grattando, con le unghie delle dita piene, scesi arrampicando di nuovo, mi ripresi mentalmente, arrampicai di nuovo, mi allungai e mi appesi alla piccola tacca di quarzo liscia. Quando mi lasciai andare con la mano più bassa per prendere magnesite, la tacca di quarzo alla quale ero appeso si staccò. Ed io stavo cadendo, ed in un istante io vidi il fango, la pazzia ed il dolore… Le corde scorrevano e scorrevano, il fittone venticinquenne rugginoso sembrava inadeguato in modo spaventoso.. Stavo cadendo, ma proprio in tempo diedi una botta allo spuntone e lo afferrai. Non si staccò ed i miei piedi non scivolarono. Ero ancora lì, in quel bailamme Boschiano, ma fisicamente non ferito. Urlai a Tim, che mi urlò di risposta. Il mare spazzava nella caletta, i gabbiani urlavano vita. I minuti duravano ore, ed alla fine me ne scivolai fuori dall’uscita strapiombante del rivolo di fango, pieno di esperienza più del necessario….

… Houseman partì da primo direttamente dal bivacco. Il giorno due stava per diventare quello del o la va o la spacca, la seconda fascia rocciosa, la questione più grande della salita. Buddy, il cuoco, aveva istruzioni di non mandare portatori finché non fossimo stati fuori dalla fascia rocciosa.

“Sembra essere a posto” diceva Houseman mentre saliva dalla cengia nevosa dove avevamo passato la notte. Io pensavo che sarebbe stato ripido e difficoltoso. E così fece Houseman dopo un’ora. Da secondo, spingendomi dalla cima del canalino strapiombante, urlai per i dolori e poi guardai con invidia i guanti massicci che il Ragazzino si stava infilando.

Indicò qualcosa con un grande guanto rosso: “Una delle tre vie, suppongo”.

Guardai in su. Alcuni blocchi facevano capolino da uno strato fino di neve. Tre spigoli fessurati molto ripidi, finemente ghiacciati si presentarono. Nessuno di essi mi piacque.

Avevo i polpacci che bruciavano mentre mi spingevo su per uno spigolo dritto e strapiombante. Le dita erano di nuovo come il legno. Avevo la testa che urlava, i primi trenta metri della lunghezza erano stati su ghiaccio buono e la pendenza era appena oltre la verticale… “Dai che va bene”, ma l’inclinazione della parete aumentava e buttava in fuori. Il ghiaccio diventava poco spesso e vuoto. Il ghiaccio mi parlava. La mia immaginazione mi faceva vedere la scena di me che cado quando il ghiaccio si stacca come fosse un foglio con me ancora attaccato allo stesso. Presa una protezione, mi spostai a sinistra in un canalino e la ficcai in una sorta di tessuto spesso solo millimetri. Avevo ancora addosso lo zaino e questo mi tirava. “Tirati via quello zaino, idiota di merda!” Ma non lo feci. Ho sempre avuto l’impressione di non essere del tutto capace quando mi devo togliere lo zaino. Il Ragazzino aveva un’etica simile e noi arrampicavamo secondo l’unico modo che conoscevamo, con il primo che cercava di arrampicare ovunque in libera ed il secondo che seguiva esattamente nello stesso modo. .