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Un paio di anni fa, a casa di Fabio, la foto di una parete mai vista esce per caso dal suo pc. Si scatena l’entusiasmo del Presidente che compra subito un libro sull’Etiopia, dopo un attento studio verrà archiviato nella mia libreria .

Passano i mesi e l’idea di questo viaggio mi rimane in testa, intanto però il virus ebola si diffonde per tutto il continente e nessuno sembra motivato ad andare in Africa (chissà perché?).

Questo invece è l’anno buono, prima di andare in India sono rimasto in parola con Andrea Migliano per partire insieme a novembre.

Appena ritorna la forma dopo la spedizione Himalayana è il momento di organizzarsi, senza fare troppe domande si aggiungono Giga (Matteo De Zaiacomo) e Matteo (Colico).

Cerco informazioni riguardo le possibili zone per arrampicare, prendo i biglietti aerei e finisco così la mia parte di logistica, del resto si occupa Andrea con la sua esperienza.

Voglio in qualche modo riservarmi la sorpresa di scoprire tutte le cose direttamente sul posto senza troppi programmi.

Qualche giorno più tardi ci troviamo tutti per la prima volta a Malpensa per fare i bagagli e prendere l’aereo.

Arriviamo ad Addis Abeba, facciamo un giro veloce durante lo scalo aereo e prendiamo il nostro primo caffè. L’incredibile capacità del Giga di calamitare bambini, mendicanti e venditori ambulanti si manifesta ancora una volta: un simpatico ragazzo infatti ci segue per tutto il tempo tentando di venderci dei dischi da lui prodotti.

Prendiamo il secondo aereo e in breve atterriamo a Makale.

Per essere occidentali ci abituiamo subito agli standard africani, infatti alloggiamo nell’albergo più economico che troviamo. Passo la notte a grattarmi forse per la presenza di pulci.

Il giorno dopo partiamo con un minivan verso nord, il viaggio sembra incredibilmente lungo nonostante siano poco più di 100km.

Vediamo le prime pareti e l’entusiasmo cresce sempre di più; poi improvvisamente precipita quando il cambio del nostro mezzo si rompe.

L’autista decide di abbandonarci sul posto e pretende anche di essere pagato il doppio, inizia così un’accesa discussione che va avanti fino al tramonto. La vinciamo noi per sfinimento così lui si allontana da solo.

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Per il giorno successivo troviamo un altro minibus e un altro autista, raggiungiamo la storica città di Axum dove una guida locale ci spiega come e dove muoverci per trovare le pareti.

Grazie a queste preziose informazioni ci avviamo sulla strada e solo verso sera troviamo la giusta pista per raggiungere la spettacolare montagna che cerchiamo.

In un momento di euforia il nostro autista supera uno sterrato davvero impegnativo con un mezzo assolutamente inadeguato. Appena prima del collasso del minibus ci fermiamo su un altopiano dove veniamo accolti da un contadino che ci ospita nella sua casa. Un po’ riluttanti mangiamo l’injera (il tipico pane acido) che ci viene offerto rimpiangendo la dieta di sole banane che stavamo seguendo per scommessa.

All’alba usciamo per vedere la montagna, quando si alza il sole tutti e quattro ci rendiamo conto della stessa cosa: la parete è marcia e piena di erba.

Saliamo comunque alla base. Dopo un’oretta a camminare sotto il sole tra l’erba alta, i cespugli e probabilmente rettili velenosi, per la prima volta vedo il Giga sbottare e perdere la calma, ci stiamo riempiendo di palline di piante che fanno effetto velcro sui nostri vestiti e sui capelli. È troppo, decidiamo di scendere e spostarci in un’altra zona.

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La mattina successiva andiamo a vedere la zona di Adwa dove troviamo due belle pareti: uno spigolo estetico e una placca molto ripida e liscia. Decidiamo di provarla io e Matteo, mentre Andrea e Giga vanno sullo spigolo.

La roccia della nostra via è di qualità eccezionale, lavorata a piccoli buchi e super aderente tanto da non farci spaventare sui lunghi runout tra una sosta e l’altra.

A metà della fessura finale la pelle di un serpente mi spinge ad accelerare l’andatura fino al complicato ristabilimento per uscire dalla parete.

Prima del tramonto siamo in cima, scendiamo a piedi riempiendoci di spine, così chiamiamo la nostra prima via “Welcome to the Jungle”.

Seguiamo gli altri mentre scendono dalla loro via e ci ritroviamo tutti alla base, loro sono stati meno fortunati: roccia marcia, spaventi e un saccone rubato.

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Torniano ad Hawzen verso la zona con le pareti di arenaria.

Proprio mentre il nostro autista si rifiuta di continuare lungo lo sterrato un caloroso ragazzo ci accoglie a braccia aperte. Appena scaricati i bagagli però ci presenta la tariffa da pagare, variabile di giorno in giorno secondo una logica che ancora non ho del tutto compreso. Accettiamo volentieri la sua protezione da eventuali furti e dalle iene di notte.

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Dormiamo in tenda e il giorno dopo attacchiamo due vie diverse. Questa volta la fortuna è girata, la nostra linea di camini risulta troppo marcia per essere scalata, gli altri invece riescono a sbucare in cima mentre noi vaghiamo per le pareti alla ricerca di qualche altra fessura da salire lontano dagli strani animali simili a marmotte giganti che si vedono un po’ ovunque.

La settimana seguente la passiamo ad esplorare la zona a piedi e tentare ogni giorno qualche via nuova. La roccia che troviamo è sempre molto tenera oppure è sabbia, le poche linee continue sulle torri sono dei camini molto sporchi e arrampicare è davvero sgradevole.

L’ultimo giorno, colti dalla disperazione e dai primi sintomi di una strana malattia che ci toccherà a turno tutti, saliamo una bella sequenza di fessure larghe e camini che chiameremo “In dust we trust” dato che salendo ci ricopriamo di polvere.

La discesa su chiodi martellati in piccoli fori è la parte più spaventosa e Matteo si prende pure un grosso blocco addosso, finisce così il nostro viaggio.

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Prima di ritornare in Italia facciamo un giro in Dancalia, il posto più caldo e meno ospitale della terra.

Per l’incredibile cifra di dieci euro ci concediamo il lusso di alloggiare nello strano hotel Milano, completamente dipinto di rosa e gestito da un bizzarro ex calciatore biondo platinato.