Cardiopalma

Dove : Kalimnos, Grecia

Apritori : Giovanni Ongaro , Fabio Palma Difficoltà : 8a, 7a obb. sviluppo 125 mt.

6c,7c,8a,6a

Un assaggio della via  :

 

CARDIOPALMA
prima salita: Giovanni Ongaro, Fabio Palma, dal basso 12/2004. Liberata fino al 7c
sviluppo: 125m
difficoltà: 6c, 7c, 8a (?), 6c(7a obbl.)
materiale: Corda da 60m, ma solo in caso di discesa a piedi. Per le doppie sulla via necessaria singola da 80m o due mezze da 50m.
accesso: 15 minuti dalla falesia di Odissea

Nella foto, CardioPalma è a sinistra

uomo senza qualità

KALYMNOS O DEL PARADISO DELL’ARRAMPICATA
4 climbers, due vie nuove e ciò che abbassa o innalza…
di Fabio Palma

“Non enfatizzare, mi raccomando, sono solo due vie di 120 mt”, mi raccomanda Simone. Ha ragione, abbiamo aperto due vie corte in un’isola, Kalymnos, lontana, perfino nei colori, dalle immagini spesso violente di un’impresa. E’ stata dura, però, questo anche Simone me lo deve concedere. Ricordo benissimo cosa diceva lui stesso, l’uomo di punta, quando tornavamo al buio sul sentiero invisibile. Emozionante, appagante, anche divertente, ma dura. Un tiro al giorno, per me e Giò, ingannati da una binocolata ottimistica che prometteva buchi generosi, placche a gocce e canne facilmente proteggibili a friends; un po’ di impegno, qualche patema, su difficoltà che, ci dicevamo, saranno sì e no 7a al massimo.

Giò parte con la sapienza dell’esperto, i buchi ci sono, anche se su roccia a volte discutibile e vedo che si ferma a chiodare solo quando gli sembra che il volo potrebbe essere pericoloso. Inventerà un ristabilimento da par suo, molto granitico in stile e fiducia; niente di eroico e neanche di pericoloso, giusto una sottolineatura: siamo su via, non in falesia, un po’ di autocontrollo è richiesto.
Lo raggiungo in sosta meno di un’ora dopo, ed il battesimo di apertura è quantomeno imbarazzante: lancio a una presa dalla forma rassicurante di una mattonella da bagno, mi resta in mano e, mentre Giò mi accoglie fra le sue braccia, al posto della piastrella compare… un pipistrello!! Ridono tutti, penso anche il pipistrello. Il “tutti” è riferito anche all’altra coppia, quella forte, quella che si è lanciata in direzione di uno strapiombo inquietante. Lo stanno studiando alla sua base, dopo un primo tiro di placca non banale e con chiodatura psicologica.

Beati i forti, penso, e mi rilancio. Non elegantemente, e neanche con troppo successo, fino a che non decido di sollevare un pesantissimo piede sinistro e di sorpassare il punto di non ritorno. Niente di eccezionale, un passaggio di massimo 6c ma… non ho niente a cui puntare, se non un non meglio identificato punto da cliff. Giò mi incoraggia (dirà che sono partito bello audace…), e trascorrono un paio di minuti in cui probabilmente disattendo tutte le regole del buon apritore. Come, non ti sei preparato abbastanza? Forse, risponderei, o meglio, è la prima volta in vita mia che mi ritrovo con un cliff sul corpo. Sul corpo, ribadisco, visto che prima di riuscire ad afferrarlo il malefico gancio si incastra in almeno tre punti dell’imbrago, fra cordini di vario uso. La tacca su cui intanto, freneticamente, continuo a cambiare mano per non precipitare sul socio 4 metri più sotto si fa sempre più ostile, fino a quando non accoglie la pressione del primo cliff. Insomma, per farla breve, dopo qualche eterno minuto e ulteriori combattimenti con martello e chiave Giò commenta con un “salvo” l’esito della lotta. Che si protrae per oltre un’ora e mezza, fino a quando un futuro monodito cede a tanta incompetenza e lascia scivolare l’unico cliff su cui mi ero appeso. Oltre 7 metri di volo, risata di Giò, e cambio. L’altra coppia non vede ma ha udito, e se la ride. Loro, chiaramente, non volano mai, e Giò li apostrofa “conigli”.

La parete si rivelerà sempre molto ostile ai cliff, lo capisco perché anche Giò lotta come un dannato per trovare anche piccole asperità. Spesso dobbiamo chiodare in bloccaggio, con avambracci che si ‘tetanizzano’ fulmineamente, mentre il sudore imperla la mano che impugna il trapano. Uso anche il trucco di scaricarmi sulla punta del trapano appena conficcata, su consiglio del saggio compagno. Per amore della verità, all’inizio avevo capito che dovevo appendermi al trapano, non alla punta, ma uno scricchiolio sinistro e un urlaccio mi riportano subito al gesto corretto. Avanzate lente le nostre, voli frequenti… ma che succede intanto all’altra cordata, quella dei forti? Non hanno grossi problemi, se non quello marginale dell’assenza di punti di cliffaggio. Marginale perché tanto loro riescono a bloccare ovunque, e il confronto è presto impietoso. Salgono con rapidità assordante, mentre Giò commenta “bambini, chiodano ogni metro”.

La lotta sul terzo tiro è addirittura leggendaria, sento che i grandi apritori sarebbero fieri di me. O forse sghignazzerebbero, dopo che per tre volte Giò mi accoglie in sosta. Poi finalmente riesco a passare, e ad avanzare una decina di metri, prima di dare, esausto, il cambio.
Davanti ora abbiamo una pancia costellata di buchi. Sarà 6b, penso, e lo stesso Giò si lascia andare a previsioni ottimistiche. Raggiungerà la sosta circa tre ore dopo, e un paio di chiodature a metà fra l’esercizio di un contorsionista e un movimento degno di un climber di nome. La roccia è meravigliosa, direi superiore perfino a quella più lavorata toccata al Ratikon. Solo, è maledettamente tagliente ed esigente, nel senso che si ribella ad un livello, il nostro, chiaramente non all’altezza. Un commento di Giò (ma qui piove dal basso verso l’alto? Le gocce vanno all’ingiù…) sintetizza bene i problemi incontrati. Che ci fanno qui, Ongaro e Palma? Soprattutto, che ci fa qui Palma?

Il quarto giorno decido di ribellarmi alla mediocrità, così mi lancio in un run-out fra roccia rotta e vegetazione nell’ultimo tiro (ma non vi preoccupate, la via è poi stata ripulita anche in questo tiro), mentre Simone mi filma e tre volte, cortesemente e un po’ preoccupato, mi dice “Fabietto, è meglio che ti fermi”, “Fabietto, guarda che ti resta in mano”, “ Fabietto, se cadi arrivi in cengia”. Com’è carino, Simo il grande, a chiamarmi Fabietto; penso che gli faccia molta tenerezza, e non ho tempo di spiegargli che non riesco a fermarmi, in quel maledetto diedro; ecco perché sto andando avanti, per paura, non per eroismo. Diventerà, quello, il tiro più brutto della via, ma non mi importa: è un tiro tutto mio, e pure coraggioso. Logico che Giò proponga il nome poi ufficiale, mentre l’altro nome arriva una serata in cui Marchino, proprio lui, si dice stufo di parlare dell’arrampicata. Allora io parto col citare una frase di Sartre (“esistere, ecco cos’è: bersi senza sete”), e poi di Musil (lunga, la metto alla fine…), ed ecco che la via dei forti diventa un omaggio al più bel libro che io abbia mai letto, fonte di riflessione per ogni arrampicatore. Perché chi scala, non ho dubbi, è proprio un uomo senza qualità, soprattutto chi scala con un pizzico di rischio.

Come sono le due vie? Ogni scarafone è bello a mamma sua, chiosano a Napoli. Della nostra io dico che il secondo tiro è molto bello, e non solo perché l’ho salito poi in libera. Ma a Marchino, invece, non è piaciuto, mentre a me non sono piaciuti un bel po’ di 7c toccati nelle falesie dell’isola, già compromessi dall’unto. Questione di gusti, forse. Sul terzo, invece, non ci sono dubbi: è proprio un capolavoro della natura, dove abbiamo cercato di essere più discreti possibili.
La via della coppia dei forti, invece, la ignoro: Simone l’ha liberata tutta al primo colpo, come è ovvio visto il suo livello; sicuramente è una via enormemente strapiombante, di grande estetica.
E’ certo che avremmo potuto chiodare meno le due vie, rendendole più severe e forse più importanti. Spesso mi ritrovo a pensare che avrei potuto osare di più, ma poi ricordo i tanti momenti di respiro pesante, di vera paura, e devo riconoscere che su quelle difficoltà non ho il coraggio di andare oltre il mio limite. Così sono due vie difficili, ma scalabili a vista da arrampicatori che siano forti, precisi, sicuri negli avambracci ma anche nell’uso degli arti inferiori. Essi apprezzeranno l’obbligatorio di tutti i passaggi, costantemente sopra il 6c e qualche volta sul 7a.

E Kalymnos? L’isola non è abbacinante come il Supramonte ed è paurosamente povera di alberi e spiagge, tuttavia è un vero Paradiso dell’arrampicata, con falesie per tutti i gusti e tutti gli stili. I gradi, ormai è noto, sono generalmente turistici, ma non mancano puntigliose eccezioni. Abbondano gli strapiombi a canne, ma l’arrampicatore curioso troverà tutta la varietà che desidera. E, aggiungo con un po’ di presunzione, alcuni tiri delle nostre vie sono veramente unici, per disegni, stile e colori, anche nell’offerta enorme delle falesie dell’isola.

Simone e Marco hanno voluto anche lasciare due firme di classe con i monotiri “Mella” e “Padroni e pagliacci”: il primo si trova, per ora solitario, su una falesia rosso fuoco alle pendici della parete “Olimpic Games”, quindi a 20’ dalla falesia di Odyssey. Scalarla verso il tramonto regalerà emozioni intense. Il secondo costella con sobrietà di chiodatura il punto più bello della falesia “Iliade”, che ha roccia tagliente e aggressiva. Splendida, quindi, dico io, e so già che qualcuno rabbrividirà. D’altronde, esistono regole e gusti scritti in arrampicata ?

di Fabio Palma

Credo che se anche mi si dimostra mille volte che, per i motivi in vigore, una cosa è buona oppure bella, io sono e rimango indifferente, e l’unico segno sul quale regolerò il mio giudizio è: se la sua presenza mi abbassa o mi innalza. Se mi desta la vita oppure no. Se soltanto la mia lingua ne parla o il mio cervello, oppure il brivido che s’irradia fino alla punta delle dita
Da “L’uomo senza qualità”, Robert Musil