venerdì | settembre 20, 2019

Bhagirathi vs Ragni di Lecco

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Questa nostra avventura inizia il 16 Agosto, quando arriviamo a Delhi e pochi giorni più tardi, il 21 Agosto, raggiungiamo il nostro campo base, chiamato Nandanban a circa 4.400 m, luogo idilliaco immerso nel verde dei prati, tra ruscelli di acqua chiarissima e con una stupenda visuale su Kedarnath, 6.940m e Shivling, 6.543m.

Ci avevano detto che quest’anno il monsone era debole, infatti il tempo è fin da subito abbastanza buono e le montagne sono in condizioni piuttosto secche: i primi due giorni la coda del monsone ci porta ancora umidità, nebbia e pioggia pomeridiana, poi il tempo si fa man mano più bello e il clima più caldo.

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Iniziamo presto a trasportare il materiale al nostro campo base avanzato, posto ad una quota di circa 5.000 metri, proprio nel mezzo della gigantesca “conca” formata dai Bhagirathi.
Il nostro obiettivo è quello di aprire una via nuova, in arrampicata libera, sulla ancora inviolata parete Ovest del Bhagirathi 4 (6.193 m).
A mio parere, guardando il gruppo dei Bhagirathi, la montagna più bella ed accattivante è il Bhagirathi 3, con il suo caratteristico, misterioso e tetro anfiteatro, sbarrato in cima dalla fascia nera di scisto.
Il Bhagirathi 4 si trova in secondo piano rispetto al 3 e a prima vista sembra più piccolo e più “addomesticabile” anche se, nonostante numerosi tentativi, nessuno sia ancora riuscito a salirlo! (Dalla parete Ovest)
Per qualche strano effetto ottico, l’apparenza non rispecchia la realtà…

Il 26 agosto io e Luca ci avviciniamo alla nostra parete per la prima volta, con lo scopo di portare la portaledge e altro materiale fino alla base e di studiare la linea che intenderemo attaccare; Giga, con la febbre e un forte mal di gola, ci attende al campo base.
Man mano che risaliamo faticosamente lo zoccolo che porta verso la parete, ci accorgiamo che questo muro è decisamente più ripido di quanto ci aspettassimo, e che sarà molto più dura del previsto salire dalla linea che avevamo immaginato a tavolino… Dopo i primi 200 metri verticali o leggermente appoggiati, infatti, l’inclinazione della parete cambia drasticamente e tutto diventa strapiombante per circa 500 metri fino alla fascia finale di scisto, al di sotto della cima.
Tra tutte le big walls che ho visto in vita mia, qui mi torna subito alla mente l’immagine di El Capitan. Queste due pareti trovo siano davvero simili e forse la cosa che più le accomuna è lo spigolo che, anche sul Bhagirathi 4, sporge verso l’esterno proprio come il famigerato “Nose” del Capitan e divide la parete in due lati.
Ma ci saranno anche qui le fessure che ci sono sul Capitan??
L’unico modo per saperlo è provare a salire.

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Dopo essere tornati al campo base ed aver riposato per bene, siamo pronti per il primo vero tentativo; anche Giga per fortuna è guarito, nel frattempo, e sarà dei nostri.
Abbiamo raggiunto il campo base da meno di 10 giorni, il nostro stato di acclimatamento non è ancora ottimale; tuttavia siamo alla base della nostra linea dei sogni e proprio Giga apre le danze…
Dopo un primo tiro di riscaldamento, la fessura nel diedro scompare e subito le difficoltà si alzano.
Non senza fatica ci dirigiamo verso sinistra e nel primo pomeriggio riusciamo a vedere bene la parte centrale della via.
I presagi non sono per niente buoni: per accedere al grande diedro, c’è una sezione leggermente strapiombante di una cinquantina di metri, senza nessuna struttura evidente, solo qualche lama staccata qua e là in mezzo alla parete liscia. Oltretutto, con l’arrivo del sole, la temperatura si sta alzando e diverse pietre stanno iniziando a cadere un po’ dappertutto, anche intorno a noi. Sapevamo che questa era una parete esposta alle scariche, motivo che ha fatto fallire molti dei tentativi precedenti, ed eravamo pronti ad accettare questo rischio, ma una volta che ti trovi in mezzo, beh, non è mai proprio piacevole! Anche se, effettivamente, i sassi cadono solo sulla prima parte della parete perché più in alto, grazie alla sua natura strapiombante, il grande diedro resta riparato.

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Tuttavia, capiamo che questa linea è troppo difficile per il nostro stile di salita. L’idea è sempre stata quella di scalare in libera e non siamo attrezzati (e nemmeno capaci) per fare artificiale difficile e scalare in libera su quel terreno è al di sopra delle nostre capacità. (Il nostro obiettivo era anche quello di non piazzare spit, sebbene ne avessimo con noi una decina in caso di emergenza)
La sera stessa attrezziamo le doppie e scendiamo, sotto una rada pioggia di sassi, per lo più di piccole dimensioni, che cadono dalla cima, terminiamo la discesa a notte fonda, stanchi, ma illesi e sempre più acclimatati.

Ed ora che si fa?!?

Chi mi conosce e ci conosce, sa che non siamo i tipi che abbandonano così facilmente…
Il nostro ragionamento è il seguente: “dato che la linea che avevamo pensato di salire, si è rivelata troppo strapiombante e liscia per essere scalata in libera, se proviamo a salire più a destra, dove la parete sembra più appoggiata, dovremmo trovare quello che stavamo cercando: un terreno sempre difficile, ma salibile”.

Una manciata di giorni dopo, siamo di nuovo pronti per un altro tentativo, partiamo 50 metri più in basso e più a destra della volta prima. Purtroppo per questo tentativo, su 3 settimane di tempo stabile e bello, riusciamo a beccare l’unico giorno di tempo pessimo. La temperatura fin dal mattino è particolarmente rigida, ma pensiamo che col tempo possa migliorare; dopo il primo tiro però inizia ad alzarsi un forte vento, dopo il secondo tiro il cielo si copre e alla fine del terzo tiro inizia a nevicare!

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Non sapendo come potrebbe essere il tempo nei giorni successivi pensiamo che non ha molto senso mettersi a bivaccare in portaledge dopo nemmeno 100 metri e quindi decidiamo di scendere per ritentare in seguito.

Una volta tornati al campo base il tempo è perfetto e questa volta, nonostante ci fosse stato espressamente vietato, decidiamo di usare di nascosto il nostro telefono satellitare per chiedere al fido Deza le previsioni del tempo. Le notizie sono ottime: alta pressione con tempo bello, stabile e caldo (relativamente caldo…) per almeno 5 giorni.

Dopo solo un giorno di riposo partiamo ancora per quello che pensiamo possa essere l’assalto decisivo.

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Il 12 Settembre iniziamo a scalare e questa volta i presagi sembrano essere ottimi. Luca scala da primo per tutta la prima giornata, fino al nevaio prima della seconda parte di parete. La sua progressione è liscia ed efficace, nonostante ancora una volta ci sembra di scalare in un freezer. Quando arriva il sole anche le difficoltà si alzano e un difficile tiro di placca, nel perfetto stile #lucaschiera ci porta all’inizio del nevaio.
Decidiamo di montare la portaledge al termine superiore del nevaio, contro la parete per evitare le scariche di sassi, che nel frattempo sono cominciate a cadere.

Ci svegliamo con le prime luci e dopo aver ri-impacchetato tutto è il mio turno ad andare da primo. La temperature è ben al di sotto dello zero e sono piuttosto intimorito all’idea di scalare con questo freddo. Infatti dopo circa un paio di metri, piedi e mani sono già insensibili, la circolazione dei piedi è completamente bloccata nonostante le scarpette relativamente larghe e i calzettoni.
Per lo meno la scalata è decisamente nel mio stile: un diedro fessurato, da salire per lo più con incastri e spaccate, è un tipo di arrampicata che so di poter fare anche con roccia bagnata o mani e piedi insensibili. Tuttavia quella che con temperature accettabili sarebbe stata una divertente scalata ora si trasforma in dolore e sofferenza, ma pian piano riesco a procedere in bello stile a un buon ritmo nonostante siamo ormai intorno ai 5700-5800 metri.
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Il diedro si fa sempre più ripido e la scalata si mantiene su difficoltà costanti. A un certo punto abbiamo una grande decisione da prendere: possiamo scegliere di continuare a salire dritti nel diedro ed arrivare quindi nel punto in cui lo scisto è più lungo, ma apparentemente rotto e facile, oppure prendere un ripido sistema di fessure e diedri che taglia tutta la parete verso sinistra e che porta dove la sezione di scisto ci sembra molto breve, anche se ripida.
Pensando che se andassimo a sinistra una eventuale ritirata sarebbe molto difficile per via della portaldege e dei sacchi pesanti, decidiamo di proseguire dritti, come prevedeva il nostro piano originario.

Purtroppo nell’ultima parte del diedro, il ghiaccio e la fatica mi obbligano ad abbandonare il sogno di una completa salita in libera a vista ed a ricorrere all’artificiale.

Arriviamo prima del tramonto a montare la portaledge, prima della fascia nera di scisto.

Come il sole abbandona la parete la temperatura precipita ed è solo infilandoci nella portaldge coperta dal telo che riusciamo a riposare, certo non si sta proprio comodi quando si è in 3 in una portaldge da due persone, ma ci sia arrangia…

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Dovremmo essere circa a 5900 metri, più o meno a 200-250 dalla cima. Tra noi e la vetta solo la fascia di scisto nera, la grande incognita di questa montagna.

La mattina successiva è ancora più fredda della precedente, siamo più in alto e più esposti al vento, in pochi secondi le mie mani sono completamente congelate e fatico a muovere e a fare forza per smontare i pali della portaledge ed impacchettare il resto del materiale; ci impiegheremo quasi 3 ore per sistemare tutto.
Luca prende il comando, ma questa volta è decisamente troppo freddo per provare ad arrampicare e dopo qualche tentativo decidiamo di aspettare il sole. Arriva il sole e proviamo a salire sullo scisto nero marcio, prima verso destra, poi a sinistra ed infine dritti.
Non c’è modo di andare avanti, la roccia è inconsistente e si sfoglia al tattoo e, sfortunatamente, come sempre su questa parete, tutto è molto più ripido di quello che pensavamo!
Proviamo e riproviamo e valutiamo ogni possibile maniera di salire: consideriamo l’opzione di calarci in diagonale nel couloir tra il Bhagirathi 4 e il 3, ma purtroppo quest’ultimo è troppo a destra perché possiamo raggiungerlo.
Dopo qualche ora arriviamo alla conclusione che provare a salire su quel marciume sarebbe davvero troppo rischioso, a 6000 metri su una parete del genere, in un posto del genere, non si può sbagliare.

La decisione questa volta è dura da prendere e da digerire. Arrivare così vicini alla fine, dopo aver aperto 700 metri di parete, in ottimo stile e scalando bene e ritirarsi perché la roccia marcia ci impedisce di passare è come una beffa, non è facile da accettare.
Solitamente non rinuncio senza prima giocarmi ogni disperata carta che ho in mano, e se c’è da rischiare non mi tiro indietro, ma questa volta purtroppo è diverso, è tutto più difficile: il freddo, la fatica e soprattutto la roccia marcia che rende impossibile proteggersi e si rompe in mano, purtroppo non me la sento di prendere in mano la situazione e provare a salire comunque e così dopo una lunga “lotta interiore” mando giù la decisione presa di scendere.
Una volta giunti al campo base e dopo aver analizzato a mente lucida la situazione penso che alla fine la decisione presa è stata saggia. Non ho nulla da rimproverare a me ed ai miei compagni: abbiamo scalato bene, in due giorni e mezzo abbiamo fatto molta strada.

E’ un po’ come una partita di calcio in cui giochi bene, tieni in mano la partita, segni un goal e cerchi di amministrare fino alla fine, e poi all’ottantacinquesimo, con un contropiede gli avversari pareggiano e subito dopo, nei minuti di recupero, ti segnano il gol del 2-1. Un po’ tipo quell’Italia- Francia, finale degli Europei del 2000, vi ricordate?

Il bello dell’alpinismo e del nostro modo di fare alpinismo è che c’è sempre la possibilità di fallire.

Nei giorni successivi abbiamo intenzione di fare un altro tentativo su questa parete, provando una volta raggiunto il “bivio” ad uscire a destra. Purtroppo non ne avremo l’occasione.
I giorni successive le temperature si abbassano e si mette e a nevicare, inoltre anche il mio fisico dopo 4 settimane di sforzi con carichi pesanti, mi chiede di fermarmi, facendomi uscire un fastidioso dolore all’inguine che non mi permette di camminare in salita.
Il bello di tentare obiettivo difficili è anche che spesso le chance che hai sono davvero contate.

Non so ancora se questo per noi sarà un addio o un arrivederci, sicuramente questa parete un po’ di amaro in bocca ce l’ha lasciato e la voglia di riuscire per primi a salirla con una bella via in bello stile è molto alta…Senza dubbio ancora una volta è stata una sconfitta della quale conservo un ricordo più bello rispetto a tanti altri successi.

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Bhagirathi vs Ragni di Lecco

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Our expedition starts on August 16th when we arrive in Delhi and only a few days after, on August 21st we reach our base camp, located in Nandanban at 4400 meters, with a fantastic view on Kedarnath, 6940m and Shivling, 6543m.

We were told the monsoon this year is very weak and in fact the weather is pretty good and the mountains are in relatively dry conditions; the two following days the tail of the monsoon brings a little humidity, mist and light rain in the afternoon, then the weather becomes clear and warm.

We immediately start ferrying our gear to the Advanced Base Camp, which is almost at 5000 meters, in the middle of Bhagirathi’s arena.

The goal of our trip is to open a new free climbing route on the unclimbed wall of Bhagirathi 4 (6193m).

When looking to the Bhagirathi group, the most aesthetic and striking mountain is for sure Bhagirathi 3, and it’s characteristic and mysterious amphitheater. Bhagirathi 4 stands behind and looks relatively smaller and easier to climb.

However, for a strange optical effect, appearance does not match the reality.

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On August 26th Luca and I approach the wall for the first time, with the aim of bringing the portaledge and some gear to the base of the line we would like to attempt.

Getting closer and closer to the wall we soon realize that it is much much steep than what we thought, and that the climbing is going to be damn hard. After some vertical or slightly slabby 200 meters, the gradient of the wall dramatically changes and it becomes slightly overhanging for some 500 meters until the black scist band below the summit. All in all, the shape of this wall, I think is damned similar to El Cap, with also a “nose” in its center dividing the left and right side!!

Well, we pick up a line in the middle of the face and decide anyway to give it a try.

After three rest days, we are once again at the base of our giant, this time also with “Giga”, that meanwhile recovered from his sickness, and we are ready to climb.

Since we reached the base camp less than 10 days before we can feel that our acclimatization is not yet perfect. However, Giga, the young gun, takes the lead and after a first warm-up pitch the difficulties immediately rise up.

We fight our way through the first part of the wall and soon we are in sight of the steepest part of the face. The omens are not good: it looks like there is a slightly overhanging 50 (or more) meters almost blank section for reaching the obvious big corner in the center of the face. Besides that the afternoon sun fully hit the wall, bringing higher temperatures (which is nice for climbing), along with constant rock falling.

Well, we were aware that rock falling was one of the main problems of this face, and the reason why apparently other pretenders in the past failed, so we were ready to accept that risk. Moreover, the rocks were falling on the first 100 meters, than due to its overhanging nature the line looked sheltered.

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We soon realize that this direct line is too hard for our style of climbing. We don’t have any gear (and we are not able) to do hard aid climbing and that sections looks just too hard and scary for us to be free climbed. (Well our goal is also not to place bolts, despite having with us a hand drill and some 8-10 bolts in case of emergency).

The same evening we bail under a scattered rain of (small) rocks falling from the top; luckily no one got hit.

For sure we’re not the kind of people who give up so easily. So our argument is the following: “if the line we thought we could free climb is too hard and steep for us, well so, when we stay on the right side of the wall, which looks less steep, we should encounter some terrain which offers some climbing not easy but doable, at the right level of difficulty for us”.

A few days after, we’re back for another attempt, starting 50 meters lower and right from the previous one. Unfortunately, during a 3 weeks period of stable weather we manage to pick up the only stormy day for our push. After one pitch the wind rises, after two pitches the sky covers with clouds and at the end of the third pitch it starts snowing!
“Bad luck within good luck” we say in Italian. Not knowing how the weather would have been the following days we decide one again to bail.

Once at the base camp the weather is perfect and after one rest day we start again for what we think it could be the decisive push.

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On 12th September we start climbing and everything seems to click perfectly. Luca takes leads the first whole day, until the snowfield before the second part of the wall. His progression is smooth and effective despite the cold temperature (-5 to -10 degrees). When the sun hits the face also the technical difficulties rise: a hard face climbing pitch (Luca’s style) leads to the beginning of the snowfield. We decide the set the portaledge on its upper margin, hoping to be a little sheltered from the falling rocks, which meanwhile, had started to crash down.

While Luca and I set the portaledge and the fly, Giga has the task of putting a bolt for hanging it. Unfortunately, after some minutes we hear a metal sound falling down to the wall…the wrench is lost and the worn out bolt is stuck on the hand drill…Ok, if before putting no bolts was our choice, now it is mandatory!

We wake up early after sunrise and after packing, it’s my turn to lead. Temperature is well below zero degrees and I’m quite afraid because I can’t bear the cold as good as Luca. As a matter of fact after a couple of moves my hands and feet are completely numb; circulation in the feet is totally blocked despite the large Tc pros and the thick socks. At least the climbing suits my style: a corner, with a crack and mainly jamming and stemming, that’s what I’ve been training on for the last few years and it’s a kind of climbing I can do also with cold and wet conditions.

Well, what with higher temperatures would have been an enjoyable climb, now it becomes pain and suffering, but little by little, I can go up in good style and with a good rhythm, despite we are at about 5700 meters.

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The corner gets steeper and steeper and despite the sun hits the face, and my hands get warmer, my feet will remain numb and insensitive for the whole day.

At a certain point we are in front of a big decision: we can choose to continue up straight in the corner and arrive to a point where the black rock (scist) looks much wider, but broken and easy, or take a very steep corner/ramp, traversing left for the whole length of the wall and leading to the a place where the scists looks steep but short.

A bit afraid of going left due to a difficult (or impossible with the heavy loads?) retreat we stick to the original plan and keep going straight.

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Unfortunately, on the last part of the corner, ice, stepness and fatigue force me to abandon our dream of complete onsight ascent for some aid climbing.
We set the portaldge right before the first scist band.

The night is cold and windy, but thanks to the fly we can rest. We estimate that we are at about 5900m, more or less 200-250 meters from the top. Between us and the summit only the black scist; the big unknown of the climb.

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The morning is even colder than the previous one and in a few seconds my hands are so completely frozen that packing the portaledge and the rest of the gear takes about 3 hours. Luca takes the lead but this time it’s too cold for climbing and after some attempts we have to wait for the sun.

When the sun comes he tries to proceed first right, then left, than straight. There is no way he can go on, everything is loose and chossy and unfortunately, like always on this wall, is much much steeper than what we thought. We spend some time trying to find a way to go up and assessing every possibility: we consider also rappelling in the couloir between Bhagirathi 4 and 3, but unfortunately it’s way too far right and out of our reach.

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We conclude that trying to go on would be too dangerous for us, we think that rock not only is not reliable for any protection but also for progression it keeps braking in the hands, we know that at 6000 meters in such a place no mistake is allowed.

The decision this time is though and hard to digest. Coming so close to the end, after such a brilliant climbing and a brilliant route and then retreating for not being able to pass, is not easy to accept. Honestly, who knows me a little, know that I’m usually a risk taker, and I’ve overcome some dangerous situation in the mountains. But this time I just can’t, I am not bold and brave enough to take the situation in my hand and try it, I have a bad feeling on that rock and I know that if I try I cannot fail. It’s hard to accept for me and for us, but the decision is to go down.

Once at base camp we think more consciously about what we have done. I am anyway happy for our attempt and even if we failed I think we did well and our choice was after all, wise. I have the feeling that it is a bit like a soccer game, when you play well the whole game, you score a goal and control the whole match, until the last minutes where the others score a goal and then in the injury time they score another and win.

We did our best, we tried hard, but the interesting thing of alpinism is that also when you do well, there is always the possibility to fail.

Matteo Della Bordella – Ragni di Lecco

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